NAUTILUS logo



G I U G N O    1 9 9 6 



[PRIMA PAGINA]

[IN PRIMO PIANO]

[ATTUALITA']

[POLITICA]

[ECONOMIA]

[ESTERI]

[SPORT]

[SCIENZE]

[SCIENZE]

[CULTURA]

[CULTURA]

[CULTURA]

[CULTURA]

[CULTURA]

[TURISMO]

[METEO]

[METEO]

[GASTRONOMIA]

[OROSCOPO]

[ANNUNCI]

[] [Scienza]
[RULE] A quel computer manca una rotella [RULE]
Internet? "Una rivoluzione"; Bill Gates? "Uno dei tanti sul mercato"; Il futuro dell’informatica? "Creare calcolatori intelligenti ed autonomi". Ecco cosa pensa l’inventore del microprocessore Federico Faggin impegnato nella sua ultima scommessa: dare vista, udito e tatto alle macchine

Più di vent’anni fa ha puntato tutto su una sua idea. E ha cambiato il mondo dell’informatica. Oggi Federico Faggin, 55 anni, laurea in fisica, inventore del microprocessore, studia i cosiddetti circuiti neuronali per dare vita ad un computer intelligente ed indipendente dall’uomo. Intanto da lui partono anche le idee alla base delle teleconferenze, i sistemi grafici e vocali, il telefono intelligente. Una vita tra scienza e imprenditoria, la sua: negli Usa dove vive ha fondato e diretto aziende di informatica come la Zilog (1400 dipendenti), la Cygnet e ultima nata la Synaptics.

Un mondo, quello dell’intelligenza al silicio, che fino alla metà degli anni ‘70 era ancora regno per pochi eletti. Poi i primi videogiochi, i primi computer da casa. E da lì la grande scalata, soprattutto tecnologica. Tanto che negli ultimi anni, pur alternato tra mini boom e crisi, il personal computer è entrato dappertutto. E oramai fa tutto. Quello che fa la differenza, oggi, è la velocità nell’evoluzione di macchine e programmi (prezzi compresi): quello che hai comprato sei mesi fa oggi è già vecchio. Così solo due-tre anni fa il cd-rom era uno sconosciuto, come la multimedialità. O come Internet. Allora è inevitabile la domanda all’uomo che dell’intelligenza artificiale si sente un po’ il padre:

se le cose vanno così in fretta, cosa sarà il computer tra 10 anni?

Sono due gli aspetti che io considero: quello tecnologico e quello sociale. Per quanto riguarda il primo, la ricerca fondamentale è quella sui semiconduttori. Qui il progresso è continuo, è una corsa al sempre più piccolo, veloce e denso. Diciamo che ognim 10 anni la capacità integrativa di funzioni sempre più complesse aumenta di un fattore 100. E dovrebbe essere così per almeno altri 30 anni. La velocità invece cresce di un fattore 10, così come la potenza dissipata cala dieci volte nello stesso periodo. Conclusione: per me avremo un hardware, una macchina adattabile alle nostre esigenze in tempo reale. Voglio dire che oggi ci sono dei circuiti integrati con 20 "gates", porte interconnesse a volontà tra loro. Più avanti ci sarà un milione di questi contatti nello stesso spazio. Di conseguenza avremo computer "plastici", flessibili, che ognuno potrà usare come vuole. Potrà gestire tutto e sarà riusabile. L’altro aspetto dicevo è quello sociale. In altre parole la interconnettività. Come Internet. E’ un substrato sociale nuovo: chi può immaginare 300 milioni di persone collegati contemporaneamente insieme?

Internet allora è una rivoluzione? Insomma avrà un futuro?

Si, Internet è rivoluzione. Come lo è stato il pc a metà degli anni ‘70. Teniamo presente che non si è trattato di una semplice moda, ma era un vero e proprio movimento popolare nato dal basso. Ora Internet trascende il personal computer ed ha un potenziale enorme, è una specie di "superorganismo". Paura di un controllo dall’alto, di limiti burocratici? No, non ci credo. Così come non è successo con i computer, quando si temeva che l’Ibm sarebbe diventata l’unico grande produttore. Invece è arrivato l’Apple, ma anche molti altri.

A proposito di pericoli di monopolio: non le sembra che Bill Gates stia diventando il Grande Fratello dell’informatica? Oramai è quasi tutto suo: hardware, software, adesso fa perfino un giornale su Internet...

Ah, Bill Gates. Io non vedo tutte queste paure. Il discorso è sempre lo stesso: a decidere è il mercato, non Bill Gates. E il giorno che la sua Microsoft sbaglia il prodotto, resta fuori dal giro come qualunque altro. Ripeto, io non sono preoccupato di monopoli o cose simili perchè nella storia è sempre successo il contrario. In ogni periodo ci sono state ditte molto forti, ma il mercato è libero e internazionale.

Va bene. Allora visto che parliamo di mercato parliamo delle nuove macchine da 500 dollari, quelle con poca memoria che servono a collegarsi a Internet per caricarsi solo il programma che ti serve. E’ una buona idea? Serviranno veramente a frenare la continua rincorsa ai computer sempre più potenti che devi comprare per gestire programmi che sono sempre più grossi?

No, non ci credo, per me sono solo una nuova moda. Credo di più al pc con poca capacità di memoria ma con la possibilità, attraverso una serie di aggiunte, di diventare, come si dice? "full function". Insomma fare tutto. No vedo futuro per macchine specializzate che fanno solo una cosa. Se no la gente userebbe dei normalissimi pc da 800 dollari solo per collegarsi ad Internet. Anche sull’obbligo di comprare macchine enormi non sono d’accordo. Nel senso che non è vero, non ci sono imposizioni di nessuno. Windows ‘95? Ma non lo usano mica tutti. Il fatto è che il mondo, anche quello dell’informatica, è più complesso di quello che pensiamo.

Dottor Faggin, investirebbe in informatica?

Veramente in questo campo ho investito tutta la vita...

Volevo dire investire in borsa, se fosse l’uomo della strada...

Ah, ma l’uomo della strada è da tempo che lo ha fatto, almeno negli Stati Uniti. Là hanno scommesso centinaia di miliardi, e se ne sono portati a casa anche parecchi.

Capito. Restiamo sugli investimenti ma in un altro senso: non corre rischi un paese come l’Italia che spende poco per la ricerca scientifica e tecnologica?

Mah, non è facile dire quanto bisogna spendere. Prendiamo gli Usa: negli anni passati hanno speso un sacco di soldi nell’industria spaziale, ma non si è visto un grande ritorno come benefici pratici, immediati. Certo alla lunga è necessario investire...

Ma allora lei perchè è andato a lavorare in America?

Io? Mi serviva l’ambiente giusto. In California chi ha voglia di lavorare trova chi lo favorisce. In molti campi: i finanziamenti, il personale, le infrastrutture, le leggi. Anche il senso del gruppo di lavoro è sempre stato più marcato che da noi. Quando sono partito dall’Italia neanche si sapeva cos’era, il lavoro di gruppo. Poi è bastato avere un’idea innovativa e crederci fino in fondo.

Lei sta cercando di creare computer che vedono, sentono e parlano. Insomma i progenitori dei robot. Perchè questa scelta?

E’ vero, è un filone nuovo: dare i sensi al computer, dargli tatto, udito, vista. Per ora l’attenzione di tutti è nel "motore", nelle memorie. E poco nelle parti "periferiche". Ma passa il tempo e il problema di interagire facilmente con il pc diventa sempre più importante. Così tra 5-10 anni potremmo arrivare alla creazione di macchine autonome e intelligenti. In altre parole se dò i sensi al computer, taglio il cordone ombelicale del rapporto con l’uomo. Per arrivare a questa autonomia è essenziale dare vista, tatto e udito alla macchina. Certo i problemi sono molti, basta pensare alla difficoltà di fargli riconoscere delle forme.

Oggi un computer si può definire uno "stupido intelligente". Ma diventerà mai veramente intelligente?

E chi lo sa. Rispetto all’uomo è ancora così lontano...



A.M.

[Rule]