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VU' CUMPRA' L'INQUIETUDINE DELLE DIFFERENZE La seconda generazione: i razzismi etnici
Più facili e rapidi in talune situazioni per motivi linguistici o di accoglienza (ad esempio nell'America latina tra Otto e Novecento), tali processi risultarono in altre situazioni di realizzazione lenta, difficile e spesso contrastata. Alcuni governi, come quelli degli Stati Uniti e della Francia, erano infatti attestati su posizioni volte a far perdere agli immigrati il senso dell'appartenenza nazionale originaria. Altri paesi, come la Svizzera, l'Australia e la Germania, negli anni del secondo dopoguerra, optarono invece per una sorta di ospitalità a termine, badando a far sì che gli immigrati rimanessero e si sentissero separati e distinti dai nativi, limitandosi a fornire il solo apporto del proprio lavoro. E questo per regolare e tenere sotto controllo una immigrazione concepita come temporanea. Dove però l'immigrazione svolse un ruolo meglio definito, qualificandosi come fattore di popolamento non sgradito (il che avvenne sovente sino alla prima guerra mondiale in Argentina, in Brasile e poi negli Stati Uniti), si svilupparono dinamiche accelerate e accentuate di assorbimento. L'assimilazione fu quindi un traguardo perseguito con la naturalizzazione e la concessione di una nuova classe di cittadinanza e attraverso interventi che spaziavano dall'acculturamento linguistico e scolastico all'arruolamento nei ranghi dell'esercito.
Negli ultimi anni assistiamo però a un nuovo fenomeno costituito dalla coesione familiare conseguente al ricongiungimento. A fianco dei ricongiungimenti familiari e oltre alle famiglie che riescono ad evitare separazioni, abbiamo i nuovi nuclei familiari, che si compongono qui fra individui appartenenti alla stessa nazionalità oppure che provengono da paesi diversi, i cosiddetti matrimoni misti. Indipendentemente dal tipo di famiglia ricordiamo che la migrazione cambia profondamente il modello di coppia e di coniugalità. I ricongiungimenti familiari e i matrimoni misti, pur con significato simbolico differente, sanciscono il passaggio da una emigrazione di transito, temporanea e di tipo economico, alla stabilizzazione, costituendo un'ulteriore articolazione del fenomeno migratorio nel nostro Paese con notevoli implicanze. Oltre alle normali tensioni fra individui vissuti per un periodo più o meno lungo in contesti diversi che si ritrovano a convivere, vi è l'esigenza che i membri definiscano i loro stili di vita, le loro abitudini, in quanto il tempo e la distanza fisica e culturale li ha trasformati o resi non più intimi come in precedenza. Il ricongiungimento pone quindi nuovi disagi e nuovi problemi: casa e reddito adeguato, la questione delle relazioni fra i sessi ecc. In base alla normativa vigente il ricongiungimento è uno dei pochi istituti che permette nuove immigrazioni e secondo stime avremo 200.000 nuovi ingressi conseguenti al ricongiungimento di 100.000 coniugi e 100.000 figli. Nel periodo compres fra il 1990 e il primo trimestre del 1992 sono state 14.389 le richieste presentate alla questura. Fra i richiedenti prevalgono marocchini, tunisini e algerini, pari al 28,4% e i filippini con un'incidenza del 13,8%. Mentre, sulla base di dati forniti dall'Istat, sarebbero 10.500 i matrimoni misti celebrati in Italia. Famiglie miste che da alcuni studiosi sono considerate quali laboratori, in cui si sperimentanto nuovi modelli relazionali.
I flussi migratori che interessano l'Italia, ormai "controllati" nella loro dimensione quantitativa, stanno sempre più assumendo caratteristiche verso la stabilizzazione, anche con fenomeni nuovi come la presenza di bambini di prima e seconda generazione.
Nuove prospettive, ma anche nuove domande di servizi educativi e sociali, di spesa, di "riconoscimento" ecc. I minori stranieri, in aumento nel nostro paese, sono i figli delle comunità più radicate. Le comunità al cui interno vi sono minori sono circa un centinaio, quelle in cui è più alta l'incidenza di bambini sono le comunità egiziana, marocchina, tunisina (Paesi arabi); eritrea, etiope, somala, ghanese (Africa sub-sahariana); cinese, filippina, cingalese, pakistana (Asia); salvadoregna, brasiliana, argentina (America latina); più recentemente dei paesi dell'Est europeo. La distribuzione di bambini stranieri non è uniforme su tutto il territorio nazionale, con presenze maggiori nelle regioni del Centro-nord e nelle grandi e medie città. Sulla base di recenti ricerche è stato rilevato che le presenze maggiori si hanno in comune lo spostamento da uno spazio geografico ad un altro, simbolico o reale, spostamento vissuto direttamente o attraverso la storia familiare. Il bambino immigrato spesso vive a cavallo di due mondi, quello in cui vive ora, il nostro, e quello in cui vivevano i genitori: ha quindi conosciuto un distacco violento che ne può pregiudicare l'equilibrato inserimento nel nuovo contesto.
Il problema dell'abitazione per gli immigrati va collocato all'interno della questione complessiva delle abitazioni e la sua soluzione va ricercata contestualmente alla soluzione per i cittadini italiani. Il permanere del disagio abitativo fa sì che l'accesso alla casa sia fonte di conflitti e di enfatizzazione delle concorrenzialità fra autoctoni e immigrati.
In Italia l'attenzione si è concentrata sui Centri di prima accoglienza: spazi abitativi pensati per il migrante, maschio e solo, che lavora tutto il giorno e rientra soltanto per dormire. Per alcuni studiosi "questi Centri sono stati creati per togliere dal territorio grosse concentrazioni non controllabili e no controllate per trasferirle in altre situazioni controllabili". Concentrandosi sulla prima accoglienza ci si dimentica che la migrazione è qualcosa di articolato e complesso che presenta prospettive e problemi molteplici e variegati così come richiede soluzioni abitative altrettanto articolate, in quanto siamo in presenza di donne, bambini, interi nuclei familiari. Nel frattempo molti immigrati continuano a dormire nelle auto o in locali sovraffollati in pensioni che affittano letti a ore, specialmente gli ultimi arrivati. Coloro che invece hanno un'abitazione degna di questo nome molto frequentemente sono sottoposti a contratti di locazione capestro.
I rifugiati politici in Italia Molti sono gli immigrati che hanno lasciato il paese di origine a causa di guerre civili, di scontri fra etnie e per motivi di persecuzione politica e religiosa. Verso l'Italia i flussi più consistenti e noti, determinati da precedenti legami, provengono dall'Eritrea e dalla Somalia, ma ricordiamo che immigrati per motivi politici sono giunti da Sud Africa, Zaire, Filippine, Nigeria, Argentina, Cile e da tutta l'area medio-orientale. In Italia gli stranieri con status di rifugiati sono circa 11.000 Secondo la legge vigente hanno diritto all'asilo politico i cittadini che provengono da paesi in cui sono oggetto di persecuzione razziale, politica, religiosa, sessuale, di lingua e di cittadinanza.
Immigrazione e lavoro Il lavoro dell'immigrato non è solo quello "visibile" del lavavetri marocchino o del venditore ambulante ma è un lavoro, ancora troppo frequentemente in nero, che interessa tutti i settori produttivi e in particolare i più nocivi e pesanti. Accanto agli immigrati che costituiscono le componenti più povere ed emarginate, spesso "usati" da agenzie che fanno commercio clandestino di forza lavoro, decine di migliaia di stranieri immigrati si sono inseriti nel mondo produttivo tanto nel Nord come nel Sud, occupando i posti lasciati vacanti dalla manodopera italiana. Oltre a ereditare le funzioni di una recente immigrazione interna molti lavoratori stranieri ricoprono ruoli e mansioni produttive in fabbriche e cantieri edili che implicano un certo livello di specializzazione.
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Gli stranieri attualmente inseriti nel mercato del lavoro sono 304.000 e sono molte le fonderie, concerie, marmerie e industrie chimiche che hanno manodopera straniera non riuscendo a reperirne di locale: si calcola che gli extracomunitari siano già l'1% dell'intera categoria metalmeccanica. Al Sud gli immigrati, per lo più irregolari, lavorano come braccianti nei campi, nell'edilizia o nella industria della pesca.
L'incidenza degli infortuni sul lavoro, spesso anche gravi, è tra gli immigrati stranieri tanto elevata quanto poco conosciuta e quantificata ufficialmente. Nei ricoveri ospedalieri e nei casi di decesso prevale una tendenza al mascheramento e all'occultamento delle cause effettive, per lo più legate al tipo di lavoro. In particolare si segnalano gli incidenti stradali, dovuti agli spostamenti connessi alle commesse di lavoro; vi sono poi gli incidenti nel settore edile. Anche il settore industriale, soprattutto le lavorazioni pesanti, vede una certa incidenza di infortuni, ma assai minore rispetto all'edilizia. Tutta la forza lavoro clandestina e illegale e persino parte di quella regolarmente assunta risulta inoltre poco o niente tutelata sotto il profilo assicurativo e previdenziale.
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