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redarrowleft.GIF (53 byte) Cinema Marzo 2003

 
Pronti, ciak: si fa psicanalisi

Con prendimi l’anima Roberto Faenza racconta la storia del triangolo professional-sentimentale fra Jung, Freud e la paziente Sabina Spielrein. Una donna ebrea che dopo le angosce dell’ospedale psichiatrico affronta nazismo e stalinismo e diventa dirigente di un asilo. “Fare del cinema che scopre la verità – racconta il regista in questa intervista - è una grandissima fortuna”

Il cinema è un’arma potentissima che nella sua ricostruzione della memoria collettiva può, perfino, raddrizzare dei torti come nel caso di Prendimi l’anima, il film che il regista Roberto Faenza ha dedicato all’emblematica figura di Sabina Spielrein. Una ragazza ebrea curata da Jung, il cui nome è tornato agli onori della cronaca molti anni fa quando lo psicologo Aldo Carotenuto ha scoperto il carteggio amoroso tra la donna, Jung e Freud. Sabina, in seguito diventata psicanalista lei stessa, era una paziente dell’istituto di psicologia “Burgholzli” di Ginevra, e solo in seguito è diventata l’amante di Jung. Dopo esser guarita Sabina si è laureata in medicina con una specializzazione in psichiatria e nel ’23 è tornata in Russia - dove fonderà insieme a Vera Schmidt una serie di avanzatissimi asili, fatti chiudere dallo stalinismo e che lei ha riaperto in maniera clandestina. Vessata dal nazismo e dallo stalinismo, la donna mostrò il suo carattere indomito in molte occasioni. Faenza che da circa ventidue anni voleva realizzare questo film è riuscito a ricostruire la vita della Spielrein, grazie a un ex alunno di Sabina, incontrato a Mosca che oggi ha 84 anni e che ricordava molto di questa donna straordinaria.  

Quale opinione si è fatta della vicenda di Sabina Spielrein?

La sua è stata una grande vittoria sulle vicissitudini e le amarezze di un secolo. E’ una storia edificante che abbiamo conosciuto per caso comprando dei documenti al mercato nero a Mosca in cui abbiamo trovato i nomi di tutti i bambini iscritti all’asilo che Sabina dirigeva. Abbiamo incontrato così Vladimir Schmidt, figlio della famosa psicologa Vera. Questo anziano pian piano ha iniziato a ricordare una dottoressa che lo seguiva con grande affetto e attenzione. Così abbiamo potuto congiungere questa storia a quella del carteggio amoroso tra Sabina e Jung.

Tutt’altro che edificante…

Sì, anche basandosi su Sabina, Freud formulò ed elaborò il concetto di istinto di morte, quello che è più sconvolgente è il fatto che nel carteggio Freud sembra privilegiare l'idea di aiutare il collega piuttosto che l'indifesa paziente. Una vicenda che è al tempo stesso complessa e appassionante in cui si intrecciano una guarigione analitica, un'avventura spirituale, l'esplosione di un amore impossibile, la nascita di alcune grandi idee del nostro secolo, tutto all'interno di un triangolo i cui vertici simmetrici sono costituiti da Sigmund Freud, Carl Gustav Jung e Sabina Spielrein; triangolo rimasto completamente sconosciuto fino all'avventurosa scoperta di un fascio di documenti contenente, oltre al diario segreto di Sabina, le lettere che per più di dieci anni si scambiarono i tre protagonisti. 

E’ il terzo film che lei dedica all’ebraismo dopo L’amante perduto e Giona che visse nella Balena…

E’ vero. Mia madre è ebrea e – anche se non mi ritengo personalmente molto coinvolto dall’aspetto religioso – penso che questo film sia la dimostrazione dei miei legami più o meno inconsapevoli con le mie radici.

Sabina Spielrein avrebbe potuto non essere ebrea?

No, non credo, perché delle donne ebree aveva tutti i tratti che la rendevano tanto unica: le donne ebree hanno - al tempo stesso – avuto più a che fare con la concettualità e hanno saputo lottare più degli uomini. Una ragazza ebrea messa in un ospedale psichiatrico e che – poi – deve tornare in Russia ad affrontare lo stalinismo rappresenta l’emblema di un’avventura umana e morale affascinante. In più le donne ebree hanno una cultura di formazione che le fortifica e le rende capace di rispondere a qualsiasi aggressione. 

Cosa ne fu di Sabina in seguito?

La famiglia Spielrein si è estinta; Sabina è stata uccisa dai nazisti in quanto ebrea, e non c’è traccia dei suoi discendenti 

Come era accaduto in Sostiene Pereira e ne L’amante perduto lei utilizza l’alibi di una “piccola” storia per raccontare un intero secolo…

Non penso che abbiamo chiuso i conti con il Novecento. I secoli non hanno un inizio ed una fine così rigida come i calendari tendono a farci credere. Cronologicamente è un secolo chiuso, ma i conti sono ancora aperti. Il tema della psicoanalisi e della cura è di enorme importanza. In questa vicenda la cura non è bastata a salvare Sabina. C’è voluto l’amore che per quanto contrastato ha saputo con la sua carica essere più importante della terapia. La storia di Sabina è la dimostrazione che la passione può più della tecnica. Sono fiero di avere fatto questo film che per me rappresenta il coronamento di un’avventura. Il cinema che consente di scoprire le verità rappresenta una grandissima fortuna. Prendimi l’anima non è solo un film, è stata un’avventura durata ventidue anni per fare uscire fuori questa donna dalla coltre di silenzio sotto cui era ingiustamente finita.

m.s.

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