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redarrowleft.GIF (53 byte) Cinema Marzo 2003

 I film di marzo 2003

The Hours {Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}

Nicole Kidman, Julianne Moore, Meryl Streep, John C.Reilly, Ed Harris, Claire Danes, Toni Collette Sceneggiatura David Hare Regia Stephen Daldry Anno di produzione USA 2002 Distribuzione Buena Vista Durata 110’ 

Come il lento fluire di un fiume in grado di portare via la vita, il tempo scorre sui tre personaggi femminili di questo film, accompagnato dalla malinconica ed addolorata colonna sonora di Philip Glass.

The Hours nel suo essere sospeso tra passato e presente, racconta la vita di tre donne in epoche e momenti storici distanti: Virginia Woolf (Nicole Kidman) e le sue intuizioni mentre scrive il romanzo Mrs. Dalloway, una borghese americana (Julianne Moore) che negli anni Cinquanta legge Mrs. Dalloway durante i mesi di gravidanza, una donna di oggi (Meryl Streep) che viene chiamata Mrs. Dalloway dal suo amico poeta ammalato di AIDS, il giorno in cui questo sta per ricevere un’onoreficenza sono tre donne diverse, accomunate da qualcosa di molto intimo.  Madri, mogli e amanti unite da una comune fragilità emotiva e – soprattutto – dalla medesima percezione del tempo e della sua gravosità. Diretto da Stephen Daldry, già autore del sorprendente Billy Elliot, The Hours è una celebrazione della vita attraverso la sua disperata negazione e – soprattutto – raccontando il disagio di anime femminili diverse tra loro associate idealmente da una sottile e personalissima angoscia. Un film che sorprende lo spettatore sotto diversi punti di vista: da un lato, infatti, le tre attrici(tutte straordinarie e meritevoli di Oscar, anche se Meryl Streep è candidata per quell’altro gioiello che è Il ladro di orchidee) recitano ognuna un proprio segmento di trama, tessuta insieme da una sceneggiatura, un montaggio, una regia (e una colonna sonora) decisamente notevoli. D’altro canto la narrazione è avvincente e avvolgente sebbene nel film di fatto accada poco o nulla. Ovviamente non si tratta di un action movie, e The Hours segna il potere della parola nella sua glorificazione. Con dei dialoghi misurati, ma soprattutto ispirati, il film indaga nell’animo umano (ridurlo al solo lato femminile sarebbe davvero un insulto) scandagliando sentimenti non facile né da comprendere, né tantomeno da spiegare attraverso la narrazione cinematografica.

In questo senso anche la partitura orchestrale di Philip Glass (alla sua migliore colonna sonora dopo Kundun) ottiene un effetto determinante: le note del compositore americano sono essenziali per descrivere le lente giravolte di una lunga ed inesorabile danza tra la morte e la vita di tre donne sole con la propria esigenza di essere altro da sé. Una suadente evocazione dell’esistenza vissuta in prima persona, guidata da scelte degne di questo nome, descritta attraverso il filtro del personalissimo grado di disperazione delle tre figure femminili raccontate. In più ogni bibliofilo sarà entusiasta di vedere un romanzo come Mrs. Dalloway diventare il trait d’union tra mondi, persone, tempi e spazi diversi. Sebbene le scelte, o perlomeno la loro necessità, rimangono sempre le stesse. Cosa significa essere donna e prima ancora avere la dignità di un essere umano in epoche diverse? Cosa comporta scegliere altro da sé nonostante le convenzioni sociali, le incertezze, il desiderio disperante di farla finita con una vita che non è altro se non un pallido riflesso della via di fuga scelta dalla propria mancanza di speranza?

E che sia l’accettazione della realtà nella sua rasserenata e pacificata bellezza, la risposta ad ogni singolo singulto di un animo quasi spento da tanta incertezza?

A fronte di così tante domande, The Hours offre – giustamente – ben poche risposte, sfuggendo nel suo diventare esemplare quel lento fluire del tempo, che consuma nella sua spaventosa inesorabilità l’ambizione di sfuggire al proprio male interiore. Un capolavoro di rara bellezza e intensità.

La finestra di fronte {Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}

Giovanna Mezzogiorno – Raoul Bova – Massimo Girotti Sceneggiatura Gianni Romoli & Ferzan Ozpetek Regia Ferzan Ozpetek Anno di produzione Italia 2003 Distribuzione Mikado Durata 110’

Volendo proprio esasperare la metafora nascosta o perlomeno ben mimetizzata nel film, la finestra di fronte è un po' come il cinema: ci riconosciamo, accorgendoci di essa, soltanto quando vediamo il nostro riflesso. Come capita alla protagonista del film, Giovanna, che riconosce il senso della propria vita, solo quando la vede da un'altra prospettiva.

Ma non è solo un'analisi dell'identità quella che viene proposta da Ferzan Ozpetek alla sua opera più matura e sicuramente ambiziosa. Se si trattasse di calcio, di quei collegamenti dagli stadi in cui scopri i giornalisti sportivi coniare orrendi neologismi e utilizzare frasi fatte che brillano per la loro ovvietà si potrebbe dire: "Muccino chiama e Ozpetek risponde". In realtà, il regista turco italiano affronta una vita normale, di una coppia come tante, mettendola alla prova di un evento straordinario: un signore anziano trovato per caso per la strada in preda ad un'amnesia, che finisce a casa dei due. Lui è una guardia notturna, lei una ragazza vagamente più talentuosa che la vita ha reso più anziana (almeno dentro) dei suoi 29 anni. Contabile in una ditta alimentare legata al pollame, Giovanna vorrebbe qualcosa di più, ma si limita a contemplare tale possibilità guardando fuori dalla finestra della sua cucina. Il resto è un ciclo continuo fatto di panni, di bambini, di servizi casalinghi, di spese, di lavoro, di sesso ispirato più dalla routine che dalla passione. Al centro di questo gorgo c'è lei che incontra questo uomo anziano, che si comporta stranamente. Sempre per caso, finalmente, riesce a conoscere il suo timido, ma affascinante dirimpettaio che la aiuta a gestire in una notte, l'insolita follia dello smemorato.

In una serie di giochi e citazioni cinematografiche, in una Roma lontana dalla cartolina nell'immagine che della città ha chi come Ozpetek la abita e la ama senza fregiarsi del titolo onorifico di "romano", La finestra di fronte è una celebrazione non solo della memoria, ma anche della sua dignità. L'uomo, che si scopre avere a che fare con il 16 ottobre 1943, quando 2000 ebrei romani furono deportati ai campi di concentramento nazisti, rappresenta quel passato che in molti tentano di dimenticare o di ignorare e che eppure, veemente, emerge dal silenzio e dallo strombazzamento dei clacson per andare a ricordarci la possibilità di un mutamento, di un cambiamento fatale per una società che non può mai davvero abbassare la guardia, né tantomeno dirsi "salva".

Ed esiste un parallelo tra la tragedia del vecchio smemorato, emblema di un'epoca dimenticata, e la dignità dimenticata della protagonista Giovanna. In un mondo in cui vecchi e giovani non comunicano più, in un'era che ha camuffato l'egoismo dando esso il nome di indipendenza, Giovanna e il vecchio rappresentano due volti di due diversi tipi di solitudini, quando la memoria, come una ricetta preziosa, viene sperperata o sepolta, in nome di una fretta senza senso.

La finestra di fronte, ben girato e ben diretto con una straordinaria Giovanna Mezzogiorno nel ruolo più difficile e misurato della sua carriera, è un film che lanciando un messaggio politico forte, punta a portare la dimensione dello scontro con la realtà sul piano esistenziale e non certo ideologico. La voglia di cambiare, la necessità di non accettare acriticamente la realtà, il rifiuto dell'indifferenza, della rassegnazione sono tutti elementi che la pellicola trasmette al pubblico insieme ad una serie di disperate, nonché disperanti storie di amori impossibili nel passato e nel presente. Un messaggio dirompente nell'Italia dell'indifferenza, della sopravvivenza, della rassegnazione alle cose che "non si possono cambiare mai". Un messaggio politico personale per ciascuno di noi, perché la vita si può cambiare (la nostra e quella degli altri) partendo dalle piccole cose.

Ozpetek e Gianni Romoli, produttore e co-sceneggiatore, costruiscono dunque una narrazione complessa ed intrigante perché sviluppata su piani diversi della memoria personale e civile di una generazione e di una persona incarnata, corpo e anima, da Giovanna Mezzogiorno.

Una pellicola sensuale nel senso in cui le anime dei protagonisti vengono messe a nudo tramite l'introspezione dinamica delle debolezze e delle incertezze. Un viaggio alla scoperta della propria fragilità accompagnata in una danza, in un ballo tra passato e presente, alla riscoperta della propria voglia di cambiare le cose.

Un antico proverbio popolare dice che "i diavoli si nascondono negli specchi". L'immagine che rimanda come un riflesso la finestra di fronte non è uno sguardo sulla propria vanità, bensì un'apertura su quello che gli estranei ci ripropongono di noi stessi. Una sbirciata altrui su quello che siamo diventati senza, forse, che ce ne accorgessimo troppo, al di qua del vetro e della tapparella dietro cui, spesso, ci piace nasconderci. Nonostante qualche sfilacciamento e qualche intorcinatura di troppo, La finestra di fronte è un grande film, perché ci ripropone con forza la necessità di un contatto con la parte più sincera di noi stessi. Pur eccessivamente didascalico, si può dire pienamente riuscito dal punto di vista tecnico e narrativo, perché ci pone senza barriere dinanzi alla necessità di scelte responsabili per vivere con pienezza una vita, spesso, data troppo per scontata nei suoi valori, nelle sue miserie e perfino nelle sue fragili sicurezze.

Il ladro di orchidee (Adaptation) {Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}

Nicolas Cage – Meryl Streep – Tilda Swinton – Chris Cooper – Brian Cox Sceneggiatura Charlie & Donald Kaufman Regia Spike Jonze Durata 115’

Il cinema ha bisogno di film come questo, che portino alle massime conseguenze una visione talmente originale di una storia a tal punto da restarne coinvolti in prima persona. E’ così che incontriamo Charlie Kaufman sul set di Essere John Malkovich di cui è lo sceneggiatore. Non il vero, ovviamente, ma il suo doppio interpretato da Nicolas Cage che – a sua volta – ha anche lui un doppio e un antagonista in Donald, un altro Nicolas Cage che interpreta il gemello dello sceneggiatore. Tutto parte dalla proposta ricevuta da Charlie di adattare un libro della giornalista Susan Orlean su un buffo ladro di orchidee in Florida. Charlie viene colto dal blocco dello scrittore, mentre pian piano cerca di adattarsi alle proprie difficoltà. In un flusso di coscienza sull’adattamento e sulle lacerazioni di uno scrittore, Charlie vede pian piano crescere l’astro del fratello che delira su storie idiote che a Hollywood, però , piacciono tantissimo al punto da pagargli un sacco di solde per le sceneggiature…

Un bel guaio soprattutto, quando Charlie pensa che la Orlean potrebbe avere avuto qualcosa in più dal rapporto con il ladro…in tutto questo tra adattamenti e fratelli finti o veri che siano, Il ladro di orchidee è un film intenso e straordinario che avvolge lo spettatore con la sua narrazione divertente ed originale in un turbinio di situazioni tra finzione cinematografica e realtà. A chi gli chiedeva se Charlie Kaufman ha veramente un fratello gemello di nome Donald che firma la sceneggiatura (dato che anche lui è candidato all’Oscar) Nicolas Cage ha risposto che è evidente che Charlie abbia realizzato il testo de Il ladro di orchidee sotto l’influenza di un’altra persona. Una risposta sibillina, ma affascinante, che dimostra come la vera arte e in particolare il cinema nasca da una menzogna talmente veritiera, da apparirci più bella della realtà. Da non perdere soprattutto per il seducente parallelo tra l’adattamento di Charlie a se stesso e la ricerca delle passioni di tutti i protagonisti.

Solaris {Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}

George Clooney – Natascha McElhone Sceneggiatura e Regia Steven Soderbergh Anno di produzione USA 2002 Distribuzione Twentieth Century Fox Durata 90’

Dimenticando per un momento l’anacronistico paragone con il film di Andrei Tarkovski, Solaris soffre di un unico grave problema: Steven Soderbergh non è un grande amante di fantascienza. E si vede. In appena un’ora e mezza di storia, descrive lo strano rapporto creatosi tra uno scienziato vedovo da poco, inviato a investigare e possibilmente recuperare una missione spaziale scomparsa nell’orbita di un pianeta di nome Solaris. Nello spazio, l’uomo ha un contatto (non solo di natura spirituale…) con un misterioso simulacro della donna amata. Che sia lei? Che sia tutto un sogno? Che si tratti del Paradiso? L’incontro nello spazio è lentamente accompagnato dalla colonna sonora di Cliff Martinez e uno spettacolare impianto visivo catturano – almeno per un po’ – lo spettatore con un’ambientazione in un futuro che potrebbe ricordare quello di Fahrenheit 451 di François Truffaut.  Quello che non funziona, però, rendendo il film un po’ lento e non particolarmente avvincente (guai ad usare la parola noioso visto che Clooney ha quasi picchiato un giornalista turco a Berlino che aveva usato tale aggettivo) è il fatto che Natascha McElhone, pur essendo molto bella, non affascina lo spettatore, anche per colpa di una certa algida impenetrabilità al limite della mancanza di espressività. D’altro canto, poi, Soderbergh non sembra tenere conto di tante nozioni elementari di filosofia etica presenti anche nel più ramicio episodio di Star Trek. Il pianeta che ha il potere di ricreare i pensieri (e nel finale tale nozione sarà sbilanciata in favore di qualcosa di molto deludente che fornisce una spiegazione di natura mistico teologica) apparentemente li materializza in cloni delle persone amate o desiderate. Così il dottor Kelvin non incontra – si pensa – sua moglie, ma un clone che ne acquista le sembianze. Essendo una copia, però, Soderbergh e i suoi protagonisti negano al doppio la qualità di essere senziente. Anche se non cerca di eliminarlo e non è un pericolo, il doppio va soppresso in quanto tale. Una crudeltà insensata, anche perché ai personaggi del film manca il desiderio fondante la vera fantascienza. La curiosità e la voglia di incontrare altre razze. Insomma, una serie di piccoli e grandi guazzabugli rischiarati soltanto dalla bellezza di Clooney e nella sua coraggiosa interpretazione di un uomo addolorato. Peccato che la cappa di scarsa attenzione verso i temi forti della SFX lo rendano poco brillante e perfino poco interessante.

Un boss sotto stress (Analyze That!) {Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}

Robert De Niro – Billy Crystal Sceneggiatura Peter Stainfeld, Peter Tolan, Harold Ramis Regia Harold Ramis Distribuzione Warner Bros. Durata 95’

Il seguito di Terapia e pallottole, vede riuniti Robert De Niro e Billy Crystal in un film divertente all’altezza dell’originale per quasi tre quarti della sua durata. Dopo,quando il percorso narrativo seguito diventa quello classico del thriller mafioso, il film ci perde in originalità e divertimento. Quando qualcuno sta tentando di uccidere Paul Vitti (De Niro) che sta scontando la pena a Sing Sing l’ex boss della mafia  per sfuggire alla vendetta di qualche misterioso rivale, sembra essere impazzito iniziando a cantare West Side Story. L’ex paziente, così, è costretto a ricorrere all’analista Ben Sobel (Billy Crystal) per avere la libertà condizionata. Sobel ha da poco perso suo padre con cui ha sempre avvertito un senso di grande rivalità. I guai sono in agguato in questa brillante soprattutto quando Crystal è costretto a portarsi De Niro a casa per ordine dell’FBI. Gag e battute a ripetizione, trasformano Un boss sotto stress in un seguito brillante anche per la sua vena ironica nel prendere in giro la serie Tv The Sopranos dove – al posto di James Gandolfini – troviamo un simpaticissimo Anthony Lapaglia. Poi quando tutto si rivolge ad un’anonima riedizione dei cliches dei film sulla mafia, l’originalità del rapporto tra i due e il tono complessivo della narrazione tendono a diradarsi. Straordinaria, comunque, l’alchimia comica ed artistica tra i due e esilaranti gli errori sul set.

Secretary {Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}

James Spader – Maggie Gyllenhall Sceneggiatura e Regia Steven Shainberg Anno di produzione USA 2002 Distribuzione Eagle Pictures Durata 105’

Un rapporto feticista, un amore sadomasochista, una dominazione lenta ed elegante, una passione tenera ed insostituibile, la libertà conquistata a passi brevi, la dispersione del proprio dolore interiore grazie alla sua canalizzazione. Sono questi i temi di Secretary pellicola di grande successo al Sundance Festival, ma soprattutto analisi – attraverso un rapporto di lavoro – della terapia di due persone che – trovatesi per caso – esprimono le loro pulsioni più recondite in maniera originale.

E’ tramite la risposta ad un annuncio pubblicitario che una ragazza sofferente di manie autolesioniste, diventa la segretaria di un misterioso avvocato. Il rapporto tra i due cresce di livello ed intensità sfuggendo ad una presunta normalità e ad una resa canonica degli schemi del rapporto di coppia. Pieno di humour, fortemente sensuale, disperatamente romantico, sebbene di un romanticismo particolare e difficilmente esportabile, Secretary è un’analisi originale di una strana cura messa in piedi spontaneamente tra due persone molto diverse tra loro. Un film divertente e geniale che spiegando la cosiddetta perversione attraverso il suo paradosso, mette in luce le qualità straordinarie non solo dei due attori protagonisti di cui non si potrà mai dire abbastanza bene, ma anche del talento del regista e sceneggiatore Steven Shainberg nel mostrare un altro tipo d’amore senza mai superare i confini del cattivo gusto o dello scontato. Un film, fino alla fine, imprevedibile e coinvolgente, con il suo tono anni Settanta e il suo appassionato gioco di seduzione.

Hypercube – Il cubo 2{Sostituisci con chiocciola}

Kari Matchett – Geraint Wyn Davies Sceneggiatura Sean Hood Regia Andrzey Sekula Anno di produzione USA 2002 Distribuzione Eagle Pictures Durata 95’

“Non è sempre Natale” dice un vecchio brocardo, utilizzato quando si vuole sottolineare come la fortuna possa vedere cambiare anche il vento. Nel caso del seguito del fortunato e – perché no – anche riuscito Cube si può dire “Non è sempre Natali (Vincenzo)” autore della pellicola che – dopo essersi fatto lautamente pagare i diritti – ha lasciato l’idea in mano ad un altro gruppo di lavoro e di produzione, dedicandosi piuttosto a dirigere altri film dopo una serie di esperienze negli episodi della serie Earth Final Conflict creata da un’idea di Gene Roddenberry. Portando avanti il tema del predecessore e rendendolo più semplice anche se spettacolare, Hypercube soffre soprattutto di una grande disattenzione al realismo che aveva fondato il film precedente e in un meccanismo di mescolamento l’idea alla base di Cube con la regola del sospetto propria di pellicole come Stalag 17. L’introduzione dell’idea che esista una quarta dimensione variabile che può essere ricostruita in laboratorio, per quanto seducente è mal applicata e soprattutto mai davvero spiegata. Insomma, un disperato tentativo di ripristinare qualcosa del passato, senza, però, purtroppo alcuna fortuna o talento.

Il Signore degli Anelli – Le due torri (Lord of the Rings – The Two Towers) {Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}

Elijah Wood – Ian McKellen – Viggo Mortensen - Liv Tyler – Cate Blanchett – John Astin – Orlando Bloom – Miranda Otto – David Wenham Sceneggiatura Frances Walsh Regia Peter Jackson Anno di produzione USA – UK – NZ 2002 Distribuzione MEDUSA Durata 180’ 

Storditi dal valzer degli incassi, dalle trombe dei miliardi e dalle possibili nominations agli Oscar e dalle meno probabili (purtroppo) vittorie di statuette nella serata più attesa dell’anno dal punto di vista cinematografico, c’è il rischio di perdere di vista il film in quanto tale che – sicuramente – oltre ad essere un capolavoro del genere fantasy è anche e soprattutto una delle più fedeli trasposizioni di un romanzo mai viste al cinema. Ma la fedeltà non significa necessariamente una messa in scena pedissequa (Benigni dove sei?). Quella di Peter Jackson resta comunque un’interpretazione molto originale, in grado di imporre una visione emozionante e spettacolare delle gesta di Frodo e dei suoi ex compagni, divisi dopo i fatti de La compagnia dell’anello. Seguendo tre filoni narrativi diversi (Frodo e Sam alle prese con il goblin Gollum e con Faramir, fratello del defunto Boromir, Aragorn e gli altri che aiutano Gandalf a liberare Rohan da un incantesimo di Saruman, i due restanti Hobbits rapiti prima dagli scherani del mago corrotto e poi dagli alberi di una foresta incantata) Peter Jackson costruisce una storia emotivamente molto forte e sorprendentemente grandiosa con battaglie epiche e momenti di pura magia cinematografica. Un’analisi a parte merita il personaggio di Gollum che – interamente realizzato in digitale – porta alle sue massime conseguenze il cinema degli effetti speciali. Al di là delle sue movenze, infatti, quello che sorprende di più di questo essere è il “peso” con cui si percepisce la sua presenza sullo schermo. Fisico, perché nel suo sbattere contro le pietre si ha l’idea di come questo si scontri davvero con le rocce che circondano lui e i due hobbits; Morale, perché – complice anche la straordinaria interpretazione di Andy Serkis in versione originale – l’espressività di Gollum è davvero notevole. Per la serie: quando la tecnologia si mette al servizio della narrazione e non è fine a se stessa in maniera sterile.

Fa piacere notare, poi, come anche il finale sia meno frutto di un colpo di accetta come nel caso del primo film e come, sebbene l’azione sia più complicata, Jackson riesca a coniugare elegantemente una narrazione emotivamente convincente ad un livello spettacolare più elevato e significativo. Va detto, però, che nonostante la sua riuscita Le due torri sarà apprezzato al massimo – come era anche nel caso del primo capitolo della trilogia – quando avremo visto anche  Il ritorno del Re. Magari in una visione lunga nove ore…un tempo significativo, ma certamente anche tra i più emozionanti della nostra vita non solo cinematografica.

Star Trek – La Nemesi (Star Trek Nemesis) {Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}

Patrick Stewart, Jonathan Frakes, Brent Spiner, LeVar Burton, Michael Dorn, Gates McFadden, Marina Sirtis, Tom Hardy, Ron Perlman Soggetto John Logan & Rick Berman & Brent Spiner Sceneggiatura John Logan Regia Stuart Baird Anno di produzione USA 2002 Distribuzione UIP Durata 116’

Quattro anni dopo il deludente L’insurrezione, torna l’equipaggio dell’Enterprise E in un film emozionante, carico di colpi di scena che non si possono comunicare per non togliere il piacere della visione e che modificano sensibilmente il futuro dell’universo trekkiano. Scritto da John Logan, autore de Il gladiatore e del prossimo L’ultimo samurai con Tom Cruise, La Nemesi uscirà in Italia, purtroppo, solo il prossimo 30 maggio. Un peccato, perché sarebbe plausibile attendersi un risultato interessante anche al botteghino vista e considerata l’alta qualità della pellicola anche per i non trekkers. L’apporto di una regia “indipendente” dall’universo della produzione ha fatto sì che emergano alcuni elementi nuovi della personalità dei protagonisti. In particolare di Jean Luc Picard, il capitano dell’Enterprise che oltre a guidare un mezzo speciale in un inseguimento che non avrebbe stonato in un film di James Bond, deve confrontarsi con la propria nemesi, ovvero un clone realizzato dai Romulani. Shinzon, interpretato da un convincente Tom Hardy, è, infatti, un doppio  “cattivo” di Picard che essendo stato cresciuto dai remani, una razza dalle fattezze vampiresce schiava dei Romulani oltre ad odiare gli esseri che lo hanno messo in vita e che non lo hanno mai sfruttato, chiudendolo nelle miniere di Remus, è deciso ad impadronirsi della Federazione, di cui conosce gran parte dei segreti.

Uno scontro spettacolare e sanguinoso quello tra Picard e il suo doppio, che arriva esattamente dopo l’incontro dell’androide Data con un modello gemello meno evoluto costruito dallo stesso creatore, il  Dottor Soong. Quello che probabilmente è l’ultimo film della saga con i protagonisti di Next Generation, mostra  per la prima volta una scena esplicita di sesso (tra Deanna Troi e il suo novello sposo William Riker) segnando il ritorno in grande stile di un’Enterprise finalmente protagonista di una vera grande battaglia anche dal punto di vista visivo. Girato con un tono più dark e basato su un asciutto senso del dramma molto composto,  Nemesis è uno dei migliori film della serie e certamente il più riuscito dopo Primo Contatto. Un punto finale di arrivo per un viaggio iniziato sedici anni fa che ha visto accompagnare l’equipaggio di Picard & Co. da milioni di spettatori in tutto il mondo. Il viaggio di una vita, che in Nemesis trova una celebrazione straordinaria di valori come lealtà, amicizia, saggezza e dignità che hanno reso Star Trek The Next Generation una serie fantascientifica di culto.

007 La morte può attendere (Die another day) {Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}

Pierce Brosnan – Halle Berry – Rosamund Pike – Toby Stephens Sceneggiatura Neal Purvis & Robert Wade Regia Lee Tamahori Anno di produzione UK – USA 2002 Distribuzione Twentieth Century Fox Durata 132’

La morte può attendere è probabilmente il miglior Bond di sempre e – senza dubbio – il più riuscito della serie con Pierce Brosnan nei panni dell’agente segreto più famoso del mondo. Questo in virtù della regia “guerrilla style” di Lee Tamahori, che pur avendo a che fare con il film del quarantennale, non indugia più di tanto nella celebrazione, apportando cambiamenti significativi all’andamento narrativo, che rendono Bond meno supereroe e più vulnerabile agli occhi del pubblico. Ed è da notare l’usuale lungimiranza degli sceneggiatori che hanno ambientato la nuova missione di James Bond nella zona smilitarizzata tra la Corea del Nord e quella del Sud. Poi – come al solito - Da Hong Kong a Cuba, fino a Londra, Bond fa il giro del mondo per smascherare un traditore ed impedire una guerra di proporzioni catastrofiche. Nel corso di questa missione, 007 trova sulla sua strada Jinx (il premio Halle Berry) e Miranda Frost (Rosamund Pike), che avranno un ruolo chiave in questa sua nuova avventura. Sulle tracce di Gustav Graves (Toby Stephens), miliardario megalomane e letale, e del suo spietato braccio destro Zao (Rick Yune), Bond arriva fino in Islanda, nel covo del suo nemico: un palazzo costruito interamente di ghiaccio. Qui proverà sulla sua pelle la potenza di una nuovissima arma di alta tecnologia. Il confronto finale - esplosivo quanto indimenticabile - avrà luogo nuovamente in Corea, là dove tutto è iniziato.

Una trama originale, ma fedele nei toni e nei contenuti allo stile che ha reso famoso 007 e che ha fatto durare la saga per quasi mezzo secolo, con qualche possibile digressione (a nostro giudizio forse eccessiva) nel campo della fantascienza con la macchina che diventa invisibile grazie ad un sistema di microtelecamere riflettenti, e una riproposta del meccanismo narrativo di scambio di volti tramite modificazione genetica che ricorda molto quello – altrettanto incredibile – di Face Off di John Woo.

Per il resto, il film è molto più godibile e riuscito rispetto al passato per una maggiore dose di humour e di talento narrativo, che fa passare in secondo piano elementi significativi come il cameo di Madonna o la presenza di molti gadgets che abbiamo visto utilizzare dai cinque attori diventati 007 nel corso degli ultimi quaranta anni.

Da notare, poi, lo sfruttamento una maggiore carica erotica e un’accentuazione della spettacolarità degli inseguimenti e degli scontri corpo a corpo, bilanciata, però, da un’altrettanto significativa sobrietà nel non tirarla troppo per le lunghe.

The Ring {Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}

Naomi Watts – Martin Henderson Sceneggiatura Ehren Kruger Regia Gore Verbinski Anno di produzione USA 2002 Distribuzione UIP Durata 110

Visivamente coinvolgente, illuminato da una fotografia tenue ed elegante esattamente come quella che vediamo nei nostri sogni più distanti ed eterei, The Ring è un film cinematograficamente ineccepibile, affossato da una sceneggiatura mediocre, che facendo il verso a tanto horror del passato, ha paura a distaccarsene, scivolando nel precipizio di una banalità omologante.  Remake di uno dei più grandi successi della cinematografia giapponese, The Ring è diretto da Gore Verbinski (The Mexican, Un topolino sotto sfratto) da una sceneggiatura di Ehren Kruger, noto per avere realizzato le sceneggiature di film come Arlington Road e Scream 3.

I protagonisti di questo horror postmoderno sono Naomi Watts (la bionda mozzafiato di Mulholland Drive) e Martin Henderson impegnati a confrontarsi con quella che all’inizio sembrava l’ennesima leggenda metropolitana: la proiezione di un videotape che contiene immagini da incubo, seguita da una telefonata che annuncia la morte del malcapitato spettatore sette giorni esatti dopo la visione della cassetta. La giornalista Rachel Keller (Naomi Watts) nutre un notevole scetticismo nei confronti di tutta la storia, finché quattro adolescenti muoiono in circostanze misteriose esattamente una settimana dopo aver visionato la cassetta. Rachel decide così di soddisfare la propria curiosità e trasformarsi in detective, riesce a scovare il videotape e… lo guarda. A questo punto deve fare affidamento sull’aiuto dell’amico Noah (Martin Henderson) per salvare la propria vita e quella del figlio (David Dorfman).

Un film per molti versi angosciante che brilla grazie alla regia intrigante di Gore Verbinski fino a sprofondare in un finale gotico e ridondante. Sanguinolento e – per  molti versi – ammirevole nella sua ambizione, questa pellicola meritava una sceneggiatura più sobria che non si lasciasse prendere la mano né dal deja vu, nel dal timore di non dovere strafare a tutti i costi.

8 mile {Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}{Sostituisci con chiocciola}

Eminem – Kim Basinger –Mekhi Pifer – Brittany Murphy Sceneggiatura Scott Silver Regia Curtis Hanson Anno di produzione USA 2002 Distribuzione UIP Durata 110’

La rabbia del rap, la reazione della fantasia nei confronti di una realtà deprimente costituiscono il nodo di 8 mile un film interessantissimo che segna il ritorno alla regia di Curtis Hanson dopo gli apprezzatissimi L.A. Confidential e Wonder Boys. Tutt’altro che una biografia del rapper Eminem, 8 Mile è un viaggio nella speranza di fantastico che c’è in tutti noi, nella forza di un ragazzo di tentare a tutti i costi di cambiare la sua vita difficile. Dopo avere provato per sei settimane, Hanson ha guidato gli attori nel ghetto di Detroit dove ha costruito la vicenda di un ragazzo bianco ossessionato dalle sfide (quasi dei certami poetici improvvisati) con altri ragazzi neri. Nella città dell’etichetta Motown che ha prodotto il meglio della musica nera degli ultimi cinquanta anni, nella terra della disoccupazione per colpa della crisi dell’industria dell’auto, il personaggio di Eminem cerca di sfuggire ad una realtà quotidiana di disperazione ed emarginazione, lavorando in fabbrica. Venticinque anni dopo la febbre del Sabato Sera, il musical perfetto per l’era di Bush: dove, però, la poesia e l’arte che rendono liberi (qualsiasi arte e qualsiasi poesia) sono sempre dietro l’angolo a salvarci la vita.

Marco Spagnoli

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