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redarrowleft.GIF (53 byte) Lettura Marzo 2003 
 

L’amore bilingue

Un incontro romantico fra un pittore maturo e una ragazza di Merano “angelica e selvaggia”.  Le loro passeggiate fra le case “di nordica architettura”, i boschi e i ponticelli di legno. E l’addio finale, doloroso e inevitabile. Un romanzo-biografia-fantasia sul mito della donna ideale

Luigi Bartolini, Vita di Anna Stickler, Avagliano Editore, pp.152, euro 9,90

Finalmente ripubblicato dopo una sessantina d’anni, Vita di Anna Stickler del poliedrico Luigi Bartolini – che fu scrittore, poeta e artista fra i più noti del suo tempo – è insieme romanzo breve, mix di rimandi autobiografici e invenzioni fantastiche, è poemetto in prosa sul mito della donna ideale (o meglio: idealizzata), è esperimento stilistico basato su una scrittura ora aulica, ora bozzettistica, ora liricheggiante. Ma è anche un peana ad esaltazione della vita semplice e di una Natura all’insegna di un mondo bucolico assai più vagheggiato che reale. Come reale non è del tutto nemmeno Anna – la fanciulla amata dall’io narrante, che egli incontra per caso durante una passeggiata lungo la riva di un fiume –, sorta di petrarchesca Laura, spesso ritratta sul fondale idillico di chiare, fresche e dolci acque (“ed erano belle acque tremule sotto raggi di luna, acque dove si specchiavano insieme le stelle ed i vertici delle montagne”); una ragazza di campagna in bilico tra adolescenza e giovinezza: creatura al contempo selvaggia (ama starsene tutto il dì fra i boschi senza far nulla, per poi dormire all’aperto o in rustici ripari) e civilizzata dall’amore del suo Pigmalione, che la introduce agli incanti della pittura.

Una pittura contrassegnata da una cifra iperromantica: tutta paesaggi e incanti cromatici. Non a caso pittore è sia Bartolini, sia il suo alter ego narratore di questo romanzo dai tratti agiografici (Anna ci viene descritta come una specie di profanissima santa – mi si consenta l’ossimoro), tutto teso a raccontare e magnificare i semplici giorni di questa ragazza meranese, che anche nel cognome e nelle sue radici culturali tedesche si rivela del tutto altra dall’italianissimo e molto più anziano di lei io narrante/Bartolini . Una vera e propria donna angelicata, ovvero un’Anna dei miracoli – come acutamente nota Raffaele Manica nella sua prefazione al testo –  le cui mirabilie si limitano, tuttavia, alla sua ingenuità, al suo incantato stupore nei confronti della vita. 

Il libro si apre dunque con il fatale incontro tra Anna e il girovago artista. Ed è subito attrazione reciproca, amore a prima vista: un idillio, insomma, da consumarsi fra prati, corsi d’acqua e passeggiate; come quella, notissima a Merano, lungo il Passirio, descritta con vivacità da un Bartolini amante oltre che di Anna, della suggestiva città sudtirolese dove si ambienta questa storia un poco d’altri tempi (e che tempi grami, in barba a tutti gli idilli! La prima edizione è datata 1943) su una passione impossibile: breve ma intensissima, come il libriccino che ce la racconta. Quindi Merano è l’altro protagonista nemmen tanto occulto di Vita di Anna Stickler, colta con l’occhio del paesaggista, a zonzo “in mezzo alle grandi strade che menano alla Passeggiata Tappainer, fra doppie file di palazzi regolari e duri di nordica architettura”. Una Merano e un ambiente sin troppo solari, privi quali sembrano dei conflitti etnici fra italiani e tedeschi. Un paesaggio forse un po’ da cartolina, come il tratto del Passirio, dove l’acqua “s’incassa fra pareti di antica roccia, ricca d’alberi, percorsa da stradicciuole, sentieri minimi; collegato, un masso di roccia ed un altro masso, mediante esili ponticelli di legno”.

In questi ameni scenari succede tutto e niente. Elencherò solo i titoli di alcuni dei vari capitoletti che raccontano le avventure da nulla di Anna e del suo adoratore: Il fienile, Anna sotto la tempesta, Riposo lungo il fiume, A caccia del nobile fagiano, Dipingere insieme, Storia del Martin pescatore. Così trascorre la Vita di Anna, anzi non già l’esistenza intera, sebbene appena l’adolescenza. Il romanzo, infatti, dopo aver registrato l’allontanamento improvviso della ragazza, mandata dai genitori in una “casa di correzione”, termina con l’addio a Merano da parte dell’io narrante, che solo anni dopo viene a sapere come la sua ex viva a Vienna, dove ha poi sposato un “onesto tessitore” austriaco. Termina dunque nel momento preciso in cui la donna varca la soglia della gioventù; quando – per dirla col Leopardi – le illusioni svaniscono, come il troppo felice amore tra Anna e il suo artista.

Francesco Roat

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