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redarrowleft.GIF (53 byte) Cinema Dicembre 1999


TRA SPIELBERG E ALMODOVAR

Intervista a Jan De Bont

Olandese, nato ad Eindhoven il 22 ottobre 1943, Jan De Bont è uno dei più importanti rappresentanti della folta colonia di registi, autori, attori e tecnici europei che vivono a Hollywood. Per oltre trenta anni direttore della fotografia di pellicole come Caccia a Ottobre Rosso e Die Hard di John McTiernan, di Arma Letale 3 di Richard Donner, di Cujo, di Black Rain, De Bont ha esordito alla regia nel 1994 con il fortunatissimo Speed dove ha diretto Keanu Reeves e Sandra Bullock. Poi sono arrivati Twister con Helen Hunt e Bill Paxton, lo scadente Speed 2 nato male per colpa di obblighi contrattuali e adesso The Haunting, film del terrore con protagonisti Liam Neeson, Lily Taylor e la stupenda Catherine Zeta Jones, remake dell’originale del 1963 di Robert Wise con Julie Harris e Claire Bloom. In questa intervista esclusiva De Bont mette a nudo il suo amore per il cinema d’azione e per quello fantastico.

Mr. De Bont, Haunting – Presenze è basato sul romanzo di Shirley Jackson The haunting on hill house. Quali sono le differenze fondamentali con il libro?

I personaggi sono sostanzialmente gli stessi, soltanto che nel libro la relazione tra le due donne aveva anche una natura sessuale. Qualcosa di molto scioccante negli anni Sessanta e che oggi ci sembrava risultare non altrettanto efficace. In effetti, avevo anche girato qualche scena un po’ più ammiccante, ma ho preferito tagliarla nel montaggio definitivo, perché volevo concentrare il mio film sul rapporto tra Nell, ovvero il personaggio interpretato da Lily Taylor e la casa dove si svolge la storia.

Lily Taylor è la vera protagonista di Haunting, nonostante il suo nome finisca sui cartelloni dopo quelli di Liam Neeson e di Catherine Zeta Jones…

I cartelloni sono realizzati direttamente dagli studios e un regista ha poca voce in capitolo a tale riguardo. Conoscevo Lily Taylor e il suo lavoro come attrice del cinema indipendente e ho pensato che grazie al suo talento che la fa sembrare una donna vulnerabile e molto sensibile, fosse la scelta giusta per questo film. Del resto se avessi utilizzato per lo stesso personaggio Michelle Pfeiffer o Julia Roberts non sarebbero state credibili. Lily doveva avere la stessa eccellenza di queste due star hollywoodiane e credo sia pienamente riuscita nel rendere un personaggio difficile. Qualcosa di analogo a quello che fece Sissy Spacek in Carrie di Brian De Palma e Shelley Duvall in Shining di Stanley Kubrick.

Cosa pensa di Catherine Zeta Jones?

E’ una donna estremamente affascinante, un’ottima interprete e possiede una spontaneità molto sensuale e piena di energia. La stessa di Sandra Bullock.

La sua è solo l’ultima di una serie di case del terrore. Abbiamo la serie de La casa, abbiamo l’albergo di Shining  e ancora abbiamo i castelli di Dracula e Frankestein. Qual è – a suo avviso - la fascinazione esercitata dal terrore claustrofobico di uno spazio chiuso?

Credo che il filo rosso capace di legare tutte queste famose abitazioni cinematografiche sia quello legato alla storia dei singoli edifici. Penso che quando uno sa che qualcosa di terribile è avvenuto in una certa casa, la sua mente inizi a vagare e fantasticare. E’ per questo che maggior parte del film si muove intorno al grande camino. Un luogo dinanzi a cui un tempo si raccontavano le storie di fantasmi e che mi ricorda la mia infanzia in Olanda quando i miei mi raccontavano le fiabe per farmi addormentare. Una scelta strana quella di narrare delle favole che spesso risultavano davvero spaventose e certo non favorivano il sonno.

Quali sue paure ha voluto riversare in Haunting ?

Innanzitutto quella di ciò che è ignoto, poi quella dell’inaspettato. La nostra natura umana ci spinge a tentare di capire che cosa si cela dietro ai misteri e in ciò che rimane nascosto. La casa è una grande ragnatela che congiunge tutti i punti tra loro. Per me l’intero film rimane essenzialmente una fiaba sullo stile de La bella e la bestia. Vede, io soffro di insonnia e molto spesso mi aggiro per casa di notte chiuso nei miei pensieri. Ogni tanto incontro mia moglie che mi viene a cercare e faccio un salto dalla paura, perché mi spaventa terribilmente essere sottratto di colpo alle cose cui penso e che mi trasferiscono in un altro mondo. Quello che risulta inaspettato fa sempre un’enorme paura. Nel cinema questo diventa qualcosa di simile a un trucco, ovvero far accadere qualcos’altro rispetto a quello che si aspetta il pubblico in sala.

Da dove nasce la paura?

Sempre dalle esperienze personali. Solo quello che terrorizza gli autori può fare paura anche al pubblico. La scena degli specchi ripete, per esempio, ciò che mi accadde quando ero bambino in Olanda e rimasi intrappolato al buio in un baraccone di una piccola fiera.

Perché i personaggi dei suoi film sono sempre in movimento?

Perché vogliono cercare di sfuggire il male senza perdere il controllo, magari seduti in un angolo a piangere.

Il suo film è una fiaba e lei ha rispolverato un archetipo come quello dell’orco che fa del male ai bambini. Eppure, negli ultimi anni il cinema e il mondo dell’informazione hanno avuto sempre più a che fare con quello che Peter Greenaway ha definito come l’ultimo tabù di questo secolo: la pedofilia. E’ mai stato preoccupato che la sottile linea di confine tra il mostro delle fiabe e il moderno pedofilo potesse essere solcato dalla sua pellicola?

No, perché uno dei film che più mi hanno ispirato nella vita è stato La belle e la bete di Jean Cocteau una specie di opera horror. Volevo realizzare un film che potessero vedere anche i miei bambini. Inoltre ho fatto in modo che Haunting non venisse vietato ai minori di quattordici anni, perché ricordavo tutti gli sforzi che da giovane facevo per vedere di nascosto i film dell’orrore. Del resto io volevo portare sullo schermo qualcosa di molto classico

Lei crede che questo film sia stato sfavorito dall’incredibile successo di The Blair Witch Project, un film indipendente senza troppi effetti speciali che ha letteralmente sbancato il botteghino americano?

Io sono da sempre un appassionato dal genere dell’orrore e posso dire con certezza che alle persone non interessa mai quanto sono costati film e non è questo il motivo per   cui le persone vanno a vederli. La gente va a cinema a vedere le pellicole che sulla carta sembrano buoni. Il mio film insieme a Blair Witch è una pellicola che tenta di ridare lustro a un genere che negli ultimi dieci anni è stato sommerso da storie piene di sangue e basta.

Joel Silver, produttore di film come Matrix e Arma Letale sta realizzando un’altra pellicola simile alla sua con protagonisti Geoffrey Rush, Elizabeth Hurley e l’ex Bond girl Famke Janssen…

Si intitola The house on haunted hill e la storia racconta di persone che accettano un milione di dollari per dormire (e sopravvivere…) una notte sola in una casa infestata dai fantasmi. Nell’originale in bianco e nero alle persone venivano offerti “solo“10.000 dollari, ma con i tempi che corrono…

In Twister il protagonista principale era il tornado. In questo film, invece, la vera protagonista è la casa. Lei preferisce dirigere le cose o gli attori?

La divisione non è così facile. Quando facevo il direttore della fotografia ho lavorato a film come Caccia a Ottobre Rosso dove i sommergibili erano importantissimi e Die Hard dove il grattacielo era fondamentale. Dirigere le cose e gli attori è complicato alla stessa maniera, perché entrambi – alla loro maniera – reagiscono a quello che tu vuoi davvero portare sullo schermo.

Quanto le è stata d’aiuto la sua esperienza trentennale come direttore della fotografia la realizzazione dell’atmosfera gotica e carica di mistero di Haunting?

Moltissimo. Un sacco di registi hanno grandi difficoltà nello spiegare come vogliono realizzare determinate scene e io – quando facevo il direttore della fotografia – dovevo fare i salti mortali per capire quello che volevano. In questo caso per me è stato molto facile spiegare quello che volevo al mio direttore della fotografia. Le luci e le sfumature in Haunting sono fondamentali. E’ molto importante capire quello che si vede e quello che non si vede e quindi mi sono trovato avvantaggiato non solo nel sapere esattamente quello che volevo, ma anche come intendevo portarlo a compimento.

Un elemento terrorizzante in Haunting è dato dal sonoro e dal campionamento delle voci che sembrano provenire da un’altra dimensione. Lei crede che le nuove tecnologie permettano di esplorare anche questo particolare aspetto dei film dell’orrore?

Certamente. Il suono è estremamente importante. Per questo film ho ideato un sistema sonoro chiamato Dolby Digital Surround Ex che consente un audio tridimensionale proveniente dall’alto. Non sono stati molti i cinema americani ad adottarlo, perché richiedeva che gli altoparlanti fossero installati sul soffitto e alcuni esercenti temevano cadessero giù sul pubblico. Io trovo che un audio a tre dimensioni che emani i suoni dall’alto verso il basso sia una delle cose più paurose del mondo. Quando il suono arriva da sopra la testa non si può non rimanere spaventati. Era molto importante che la casa avesse una specie di voce e che fosse in grado di comunicare con le persone al suo interno.

A che cosa si sta dedicando adesso?

Produrrò il prossimo film di Pedro Almodovar intitolato The paperboys basato sul romanzo di Pete Dexter, il primo ambientato in America, in Florida per l’esattezza durante gli anni Sessanta, del regista spagnolo. Un film molto intimista che racconta la storia di due fratelli. Almodovar ha letto la versione spagnola del romanzo e se ne è subito innamorato. Io avevo già letto il libro e avevo realizzato un primo trattamento della sceneggiatura. Stiamo scegliendo gli attori e le locations dove girare il film. Poi produrrò un film di fantascienza diretto da Steven Spielberg e intitolato Minority report. Il protagonista sarà quasi certamente Tom Cruise.

Quale sarà, invece, la sua prossima regia?

The last six million seconds un Thriller tratto da un romanzo molto popolare negli Stati Uniti che racconta gli ultimi sei milioni di minuti prima che Hong Kong fosse consegnata ai cinesi.

Lei dovrebbe girare anche un remake di un altro film di Robert Wise: Hindenburg la storia dello sfortunato dirigibile nazista esploso sul New Jersey negli anni Trenta…

E’ vero, ma la sceneggiatura ancora non mi soddisfa molto e dobbiamo lavorarci su.

Si parla di lei anche come regista di Cosm con Dustin Hoffman…

Sono affascinato dalla fisica e dalla scienza e questo rende il film molto difficile nella sua realizzazione. Il mondo della fisica è molto interessante, ma spaventa molto le case di produzione hollywoodiane. Ma spero di potere realizzare presto questa pellicola riguardo la nascita dell’Universo. Una tematica molto avventurosa ed interessante, che non credo vada considerata troppo difficile per il pubblico

Lei insieme al regista Paul Verhoven è stato il responsabile dell’illuminazione della famosissima scena di Basic Instinct in cui Sharon Stone accavalla le gambe. A sette anni di distanza lei avrebbe mai pensato che quella particolare serie di fotogrammi sarebbe entrata con tanto peso nella storia del cinema?

Volevamo rendere quella scena come qualcosa di molto ovvio. Senza quella particolare ripresa l’intera scena non avrebbe significato nulla. Ovviamente sapevamo tutti cosa stavamo facendo e quindi oggi possiamo dirci “tutti colpevoli”.

Marco Spagnoli

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