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redarrowleft.GIF (53 byte) PrimoPiano Novembre/dicembre 2001  
 

 I tacchi alti del soldato Jane

 Lieve e aggressiva, disarmante e battagliera, caldamente cedevole e gelidamente determinata: la donna italiana oggi dice sì senza riserve alla guerra. Anche da vivere in prima persona. Ma i segnali sociali e di costume, in prima linea il mondo della moda, la dipingono solo con tanta voglia di tenerezza. Una “doppiezza” che ha forse un perché: l’estinzione delle “madri e spose”

Vogliono o no la guerra le donne italiane? Pare che, mentre i maschi si definiscono incerti e preoccupati, una buona parte del mondo femminile sostenga che “quando una cosa ci vuole, ci vuole”.

Anna di 37 anni, ad esempio, commenta: “Non si può fare a meno di entrare da protagonisti in questo conflitto che è quanto mai necessario e sentito.”

Roberta, 16 anni incalza “Certo che si deve andare in guerra, bisogna dare una lezione a quei pazzi!”

Marta, 52 anni aggiunge” In questo momento la guerra è inevitabile e se fossi giovane vorrei andare io a combattere.” E alla domanda: “Vorresti essere la moglie del soldato?” “, il soldato mi dà il senso della forza e del coraggio”, dice Valeria 18 anni, mentre Sara, 29 anni afferma: “Vorrei essere al suo fianco e combattere col mio uomo tutte la battaglie.” 

Dunque parte delle femmine avverte istinti bellicosi….

I tempi sono molto cambiati: non la pensavano certo così le donne degli eroi mitici. Ricordate, ad esempio, l’incontro tra Andromaca “dalle bianche braccia” e il marito Ettore alle porte Scee, quelle a ovest della città di Troia, preludio di morte? La sposa ricorse agli argomenti più toccanti e poetici della letteratura per trattenere l’amato dalla guerra e la mirabile quaterna sentimentale con cui lo aveva definito “ padre, madre, fratello, giovane sposo” avrebbe fatto desistere il più incallito dei guerrafondai e, se non ci fosse stato di mezzo il destino, anche Ettore, forse, avrebbe preferito il dolce talamo alla battaglia. In passato l’ostilità delle donne alla guerra apparteneva quasi all’ordine naturale delle cose e il rifiuto della violenza era considerato un fatto istintivo della sposa e della madre costrette a separarsi dal marito o dal figlio.

Durante la prima guerra mondiale, però, le cose stavano già cambiando e alcuni elementi modificarono radicalmente il rapporto “donne - guerra”, rapporto che, come è storicamente documentato, accelerò il processo di emancipazione femminile. Dal 1915 al ‘18 infatti centinaia di migliaia di donne presero il posto di lavoro degli uomini chiamati alle armi. Un articolo pubblicato nel 1918 sul Corriere della Sera faceva notare che “… fiumane di donne erano penetrate in luoghi di lavoro degli uomini. Campi, fabbriche, uffici, ospedali, stazioni, tranvie,banche, botteghe pullulavano ormai di impiegate, operaie, commesse…”

Con la seconda guerra mondiale il fenomeno si accentuò e il mondo femminile finì per trovare vantaggi dalla guerra: lavoro continuo, salari prima insperati, una certa agiatezza dopo tanta miseria e, soprattutto, nuovi diritti legati ai nuovi doveri. Le donne cominciarono a mostrare aggressività, grinta e gli angeli del focolare si trasformarono in “furie” come le definiva Turati perché avevano più coraggio di protestare degli uomini, erano più libere e agguerrite (forse perché non temevano di essere mandate al fronte).

Al tempo della guerra del Golfo alcune mogli di soldati trovarono addirittura vantaggi dai media che avevano buttato il conflitto in continua diretta dando spazio a immagini di piccoli, grandi eroi e delle loro donne, diventate quasi delle star.

E oggi? Al fronte ci vogliono andare loro, le donne, e se non proprio al fronte, lì vicino. Comunque l’interventismo femminile è in forte ascesa e sembra superare quello maschile. Ma allora, perché le sfilate di moda di questi giorni per la prossima estate ci propongono, in controcorrente, immagini traboccanti di glamour, figurine angelicate che chiedono e muovono a tenerezza con abitini leggeri e borotalcati come quelli di Gattinoni o fluttanti di chiare trasparenze come quelli di Givenchy ? Bisogno di evasione dalla violenza, voglia di poesia come terapia contro la paura, dicono gli stilisti. Ma non è altrettanto poetica secondo voi la figura femminile del terzo Millennio proprio  per quello “spirto guerrier ch’entro le rugge”?

Certo è che questi venti di guerra sembrano divertirsi a dipingere una strana e contraddittoria immagine di donna, ora piccolo soldato Jane, ora aggraziato e tenero angioletto, ma è sicuro che in questo ambiguo quadro, “madri e spose” trovano sempre meno spazio. Si staranno estinguendo?

Maria Chiara Passera

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