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redarrowleft.GIF (53 byte) Lettura Giugno 2001  
 

I dolori di un superuomo innamorato

Ipotizzava l’avvento di una razza di eroi duri e puri. Ma come si sarebbe comportato il filosofo Nietzsche negli anni della vecchiaia di fronte al ricordo di una storia d’amore mai sbocciata? Parte da questa fantasia il romanzo di Laura Pariani. Un libro quasi senza trama, ma dove la vera storia è il lento precipitare nella follia di un pensatore a cui sono rimasti solo i rimpianti

Laura Pariani, La foto di Orta, Rizzoli, pp.213, L.28.000

L’idea che sta alla base dell’ultimo romanzo di Laura Pariani è originale e intrigante: costruire attorno alla fotografia che ritrae un maturo Nietzsche assieme ad una giovane (e bella) Lou von Salomé l’intreccio narrativo d’un irrealizzabile anelito d’amore. Ripercorrere la vicenda umana dell’inventore del superuomo alla ricerca di quello che non è stato, ma forse avrebbe potuto essere, ossia una relazione sentimentale – rimasta, invece, solo intellettuale – tra il filosofo e la fanciulla, che il Nietzsche della Pariani avrebbe voluto sbocciasse sul magico sfondo del lago d’Orta, nel lontano 1882, dove i due insoliti turisti effettuarono una escursione insieme, con la quale il professore (così è chiamato Nietzsche nel romanzo) s’illudeva di iniziare ben altro da un mero sodalizio filosofico.

Ma veniamo al romanzo, che si apre con una scena assai mesta. Siamo al capezzale del pensatore morente. Lunghi anni sono trascorsi dall’episodio di Orta, eppure la mente del professore, obnubilata dalla follia, torna incessantemente a quei giorni lontani, alla foto galeotta, al rovello d’una passione abortita sul nascere, all’interrogativo osssessivo se con Lou "era davvero possibile che sbocciasse l’amore?". E il libro è un ripercorrere momento per momento la magica giornata di Orta, nella quale nulla è accaduto, però in cui tutto forse poteva accadere fra l’uomo introverso e la ragazza estrosa. Ma proprio qui sta la maestria di questa narrazione – contrassegnata da un’abilità descrittivo/evocativa sempre così straordinaria nella Pariani –, nel saper catturare il lettore coinvolgendolo nei vissuti emozionali del protagonista senza che vi sia una grande storia, un intreccio particolarmente eclatante da raccontare.

Insisto a ripeterlo: nulla di straordinario, di particolarmente rilevante accade ne "La foto di Orta", ma sta proprio in questo il fascino discreto del racconto: dell’avventura o sventura esistenziale di un Nietzsche che, qui, appare davvero umano, troppo umano nelle sue piccole/grandi carenze: prima quella di non riuscire ad amare o farsi amare. Così, nell’alternanza di flash back e rimpianti, si consuma il dramma senza colpi di scena del mancato incontro tra Nietzsche e Lou; mentre in parallelo cresce sempre più la inquietudine nella mente del filosofo, destinata ad esplodere in una cupa e irrimediabile follia.

Ancora, tratto distintivo del libro, l’alternarsi di capitoli narrativi a brani metaromanzeschi all’insegna della riflessione intorno alla storia e all’amaro destino di Nietzsche da parte dell’autrice, che interviene in prima persona passando "le dita compassionevoli delle parole sulla fragile trama degli avvenimenti", con accorata empatia per le vicende non solo d’un semplice "turbamento amoroso", ma per quelle assai più complesse d’un turbamento ben più grande, che ha nome follia. Infine, dopo un crescendo di deliri paranoici, angoscia e ipocondria, ritroviamo il professore, legato al letto causa le sue smanie, che in fin di vita ci viene descritto in tutta la sua sofferta condizione di solitario abitante "di un universo fatto di irrealtà". E sullo sfondo della vicenda – della stasi, verrebbe da dire, in quanto qui ciò che avviene è appena il reiterarsi melanconico del rimpianto – un’atmosfera tra il crepuscolare e il visionario, resa con una prosa suggestivamente onirica, a registrare il falso movimento dell’attesa di nulla o del nulla: l’ineluttabile venir meno che a tutte le parole "dette o scritte che sia" mette fine.

Perché, opposto ma speculare a quello idillico di Orta, un altro sfondo – plumbeo, vertiginoso, indicibile – si coglie tra le righe: quello della caducità, della sottile ansia straniante che tutti prende quando si mediti su quell’impensabile che è il congedo dall’esistenza. E giusto con la morte (fisica e delle illusioni amorose) termina il libro; col professore che prende congedo dal mondo e dal lettore con lo sguardo fisso a quell’istante atemporale "di nudità, di verità, di accecamento nella luce".

Francesco Roat

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