Vai al numero precedenteVai alla prima paginaVai al numero successivo

Vai alla pagina precedenteVai alla prima pagina dell'argomentoVai alla pagina successiva

Vai all'indice del numero precedenteVai all'indice di questo numeroVai all'indice del numero successivo
Scrivi alla Redazione di NautilusEntra  in Info, Gerenza, Aiuto
 
redarrowleft.GIF (53 byte) Letture & Scritture Maggio 1999


 Elogio della solitudine

Sentirsi soli può essere una delle peggiori esperienze della vita. Almeno quando la vera paura è quella dell'abbandono. Ma secondo lo psicoterapeuta Aldo Carotenuto imparare a convivere con sé stessi e con gli altri senza il trauma della separazione può diventare anche una ricchezza personale e artistica

Aldo Carotenuto, Vivere la distanza, Bompiani, pp.192, L.29.000

Forse le prime esperienze che ogni essere umano compie venendo al mondo, forse lo stesso evento della nascita e del trauma da separazione che ne deriva si configurano all’insegna della distanza. E il saper prendere le distanze dal corpo della madre a cui si era uniti nella fusionalità prenatale riuscendo gradualmente a sopportarne l’assenza, rappresentano l’avvio basilare di quel processo di differenziazione ed individuazione che permetterà al soggetto di costituirsi quale io autonomo. Potremmo dunque ipotizzare che la capacità di rimanere soli tollerando senza angoscia la distanza dall’abbraccio protettivo materno crea le condizioni per istituire un rapporto positivo in primis con se stessi, quindi con gli altri e il mondo.

E’ questa la tesi, il fil rouge che percorre e lega insieme tutti quanti i capitoli dell’ultimo saggio di Aldo Carotenuto su solitudine, incomunicabilità e disagio del vivere. Temi che il nostro terapeuta dell’anima affronta dalla prospettiva della distanza nel sottolineare, rifacendosi a Winnicott, come nel bambino la capacità di star solo rappresenti una fase decisiva per la successiva formazione d’una personalità adulta non disturbata. Certo, tornerà pur sempre a ripresentarsi "la nostalgia di uno stato di completa fusione e comunicazione con l’altro", ma chi avrà appreso a star bene con se stesso non rischierà di cedere all’horror vacui, al terrore del vuoto in cui possono farci precipitare un abbandono o una perdita. In quanto, se è vero che l’incontro con l’altro (specie quello privilegiato della relazione sentimentale) comporta la possibilità di far nascere un rapporto affettivo appagante e duraturo, qualora tale legame abbia a spezzarsi può riapparire l’inquietante fantasma della separazione primaria. Non importa, infatti, se tale distacco sia causato da morte o allontanamento per disaffezione. Resta che esso "è fra gli eventi più terribili nella vita umana".

Si ribadisce insomma l’assunto di Anna Freud, secondo la quale il vissuto melanconico di solitudine è sempre unito a quello della perdita, causa (per dirla in termini psicoanalitici) un’insoddisfacente rielaborazione del lutto. Però a questo punto a proposito di solitudine bisogna fare una distinzione. Effettivamente un conto è sentirsi derelitti e vuoti; altro essere in grado di rimanere soli: condizione indispensabile alla produzione artistica, alla riflessione, alla disamina interiore. Colta in questa prospettiva, sostiene Carotenuto, la solitudine permette "la rivisitazione del passato personale che può confluire nel mare del presente, consentendo così all’individuo di percepire un continuum dell’esperienza esistenziale" di modo che operare una presa di distanza dagli altri non diviene chiusura ma piuttosto rende possibile l’apertura al mondo e al tu; favorendo altresì il libero manifestarsi della creatività anche grazie al rifiuto delle pretese egemoniche di controllo da parte dell’io sul reale.

In che consiste dunque, si interroga l’autore, la paura di vivere? Per restare nella metafora della distanza potrebbe significare ripiegarsi in se stessi in una clausura che, aborrendo l’ignoto del domani e temendo il rischio della relazione, ci trasforma in monadi senza porte e finestre, i cui angusti confini ci consegnano davvero alla solitudine. Ma se non vi è modo di abolire definitivamente la distanza, di restaurare l’edenico stato di grazia prenatale, bisogna trovare il coraggio – suggerisce Carotenuto – "di ammettere e riconoscere la propria fragilità". Allora abitare la distanza comporta rendersi conto dei nostri limiti, abbandonare ogni illusoria pretesa di approdi definitivi; vuol dire soprattutto riconoscere nella ineliminabile solitudine il tratto fondamentale dell’essere umano. E forse, come ha sottolineato Emilio Tadini, è solo la presenza dell’Altro a poter risolvere l’enigma della distanza; una presenza che rende questa tollerabile gettando sull’abisso che ci separa un ponte di relazioni che, pur non abolendola, la colma.

Francesco Roat

np99_riga_fondo.gif (72 byte)

                                           Copyright (c)1996 Ashmultimedia srl - All rights reserved