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redarrowleft.GIF (53 byte) Letture & Scritture Febbraio 1999

 

La vita? Teniamola a distanza

L'Einaudi propone una nuova collana dove gli scrittori devono reinterpretare il significato di parole d'uso comune. Ed Emilio Tadini l'ha inaugurata cercando di capire cosa significa il temine "distanza". Partendo dal primo grande distacco: il trauma del parto che allontana figlio e madre

Emilio Tadini, La Distanza - Einaudi, pp. 175, L.18.000

distanza_p.JPG (4529 byte)Nella serie dei saggi "Einaudi contemporanea", con il libro di aforismi La distanza – di Emilio Tadini – ha recentemente preso l’avvio una nuova proposta editoriale all’insegna di un lessico quotidiano a misura della contemporaneità. In altri termini, si tratta di testi in cui gli scrittori, invitati ad esplorare determinate voci rappresentative (o abusate) del nostro universo semantico, dibattono intorno al significato di queste parole emblematiche da rivisitare con spirito critico, su cui interrogarsi e soprattutto interrogare (o intrigare) il lettore.

Si parte, e non a caso, da un vocabolo fortemente allusivo: la distanza. E’ infatti proprio sotto la voce "distanza" che noi iniziamo a rubricare la nostra prima esperienza al momento della nascita, separandoci dalla madre. E il saper prendere le distanze dal corpo della madre a cui si era uniti nella fusionalità prenatale riuscendo gradualmente a sopportarne l’assenza, rappresentano dunque l’avvio basilare di quel processo di differenziazione ed individuazione che permetterà al soggetto di costituirsi quale io autonomo. Così l’altro (e in primis la figura materna, che rappresenta l’alterità aurorale) viene messo a fuoco, potremmo dire si dà, solo nella distanza. Ogni atto, ogni rappresentazione quindi si giocano sulla distanza e non possono fare a meno di questa dimensione prospettica. E probabilmente, dovendoci innanzitutto misurare col distacco dall’abbraccio protettivo materno, "è sul modello della separazione primaria che si configureranno tutte le separazioni a venire"; anche quella definitiva, che nella sottrazione della morte annichilerà per noi definitivamente ogni distanza.

Aristotele sostiene che il sapere nasce attraverso o grazie al desiderio del nostro corpo di esplorare, dunque conoscere e far nostro il mondo. E non è forse il desiderio di abolire tutte le distanze ciò che ci muove – si e ci chiede Tadini – nel tentativo di ricostruire, simbolicamente almeno, la totalità perduta da quando attraverso l’evento davvero traumatico del parto siamo stati esiliati dal nostro piccolo Eden in cui eravamo tutt’uno col corpo materno? In quest’ottica il desiderio, ciascun tipo di desiderio non è legato alla brama di questo o quel conseguimento, ma ambirebbe a cancellare la distanza che fatalmente sempre ci separa dalla cosa o dalla persona agognata, a eludere quello iato (sorta di vera e propria iattura) impossibile da esorcizzare.

Ancora, la religione stessa cerca di abolire la distanza fra dio e gli uomini. E l’amore profano, cos’altro è se non una straordinaria forza attrattiva che mira a unire due esseri distinti in un unico abbraccio a ricomporre la totalità perduta? Ma se non c’è dato annullare mai del tutto la distanza, allora è solo la presenza dell’altro a poter risolverne l’enigma; una presenza che rende quella tollerabile gettando sull’abisso che ci separa un ponte di relazioni che, pur non abolendola, l’attraversa e la colma.

Francesco Roat

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