Index MUSICA - Marzo 1998

Il rock di Toro Seduto

C’è un chitarrista americano che ha fatto della sua origine indiana (la madre è di discendenza Mohawak) sia un motivo di impegno sociale che di fare musica. Mescolando il vecchio e il nuovo, Robbie Robertson ha fatto scoprire agli Usa quanta vitalità c’era nei suoni di quelle popolazioni travolte dall’arrivo dei "visi pallidi"

Anche sforzandosi molto, proprio non si riesce a credere che Robbie Robertson abbia quasi sessanta anni. All’età di cinquantacinque anni (Robertson è, infatti, nato nel luglio del 1943 a Toronto da padre canadese e madre di discendenza Mohawak) il cantante che tanto ha preso a cuore le sorti degli indiani d’America è ancora un uomo pieno di energia e di voglia di poter dire e fare. Dopo gli esordi negli anni Sessanta con il suo gruppo The Band al fianco di Bob Dylan, Robertson ha seguito una carriera musicale come tante rockstar della sua epoca.

Da qualche anno, però, è fermamente impegnato nel lavoro di aiutare a ricostruire la storia delle popolazioni indiane sterminate dagli occidentali, raccontando le storie di emarginazione degli abitanti delle riserve e portando alle orecchie del mondo la denuncia dei dolori e delle sofferenze patite dai cosiddetti "Native americans". Tutto questo in una sorta di contaminazione musicale tra due mondi, due epoche e due filosofie di cui Robertson si sente erede e che sembrano poi uscire fuori di lui e superarlo grazie alla sua chitarra.

Mr. Robertson, da dove le è venuta l’ispirazione per questa sua musica così moderna e così antica allo stesso tempo ?

È il frutto di una visione. Non molto diversa da quella degli inizi del Rock And Roll quando la musica che veniva dalle montagne si incontrò con quella che arrivava dal delta del Mississippi. Quando queste due melodie si sono incontrate a metà strada ne è nato qualcosa di entusiasmante e fresco, di nuovo e di vecchio al tempo stesso, di innovativo, ma anche di rispettoso verso la musica nord americana delle radici. Oggi la mia musica viene dal Borneo, da dietro l’angolo. Ho preso qualcosa che è qui, ma che la gente non ascolta. È a tutti gli effetti una musica underground. Portarla allo scoperto non è stata una cosa facile.

Continua dunque sul solco iniziato con The red road ensemble in Music for Native americans ?

Sì, con la differenza fondamentale che quel disco era originariamente una colonna sonora per un documentario sugli Indiani d’America realizzato dalla Cbs. Era una composizione straordinariamente libera, ma - nonostante questo - ho dovuto comunque fare in modo che la musica si adattasse in qualche maniera alle immagini. Oggi, con il mio nuovo cd Contact from the underworld of Red Boy ho potuto avvicinarmi alla sorgente della mia ispirazione senza alcuna limitazione di sorta.

Nel suo nuovo lavoro c’è una canzone intitolata The sound is fading (Il suono sta scomparendo, n.d.r) che ha una storia commovente e terribile...

Per anni mi sono portato in giro una cassetta della Biblioteca del Congresso che conteneva una canzone incisa nel 1942 da una ragazza sedicenne di nome Leah. Per questa canzone abbiamo campionato una parte della cassetta e poi ho scoperto che Leah Hicks-Manning era stata la suocera del mio amico e poeta attivista nativo-americano John Trudell. Fu arsa viva, insieme alla moglie e ai figli di John in un incendio doloso di matrice politica...

Che cosa significa essere oggi negli Stati Uniti un nativo-americano ?

Molto di più di quanto volesse dire ieri. Questo accade perché le menti delle persone si stanno aprendo di giorno in giorno. Solo dieci anni fa non avrei mai potuto occuparmi di questo "viaggio musicale" verso la radice della musica indiana. Ci sono molti segni che le cose possano cambiare, dentro e fuori le comunità. Le cose migliorano : alcune ferite sono state risanate, la gente si sta aprendo e la normalità sembra arrivare.

Qual è oggi il peso della cultura nativo-americana sulla società statunitense ?

La cultura è stata sempre molto privata per gli appartenenti alle comunità. Per la prima volta oggi molti nativi-americani hanno deciso di condividere con altri le loro conoscenze e le loro ritualità. È evidente che molte cose di cui parlo nella mia musica sono venute fuori solo oggi per la precisa volontà delle persone che mi hanno aiutato. La loro più grande paura è che oggi tutto sia stereotipato. Nessun nativo-americano vuole che la sua cultura appaia stereotipata agli occhi della gente. Nessuno vuole più vedere gli "Indiani cattivi" dei film di cinquanta anni fa. Le loro danze, il loro modo di essere è qualcosa di privato che può essere condiviso solo a patto di rispettarlo.

Qual è la vita oggi delle comunità indiane ?

Molte riserve sono ridotte alla più misera povertà, mentre altre nazioni indiane sono magnificenti e brillanti. Non esiste un’entità omogenea che possa essere definita come "i nativi-americani". Esistono molti gruppi diversi tra loro e c’è molto imbarazzo negli Stati Uniti per ciò che si è fatto loro. Oggi, è nata la convinzione che l’unico modo per affrontare il triste passato e preservare la cultura nativo-americana, sia l’educazione al ricordo e al rispetto.

Lei parla ironicamente di World music Americana, perché ?

È ridicolo che molte persone che ascoltano i miei dischi li mettano alla stregua di quelli che provengono da un’isoletta sperduta nel Sud Pacifico. In realtà questa è l’evidenza della segregazione esistita negli Usa nei confronti dei nativi-americani immaginandosi che questo tipo di musica venisse da chi sa dove, anziché dalla collina o dal canyon appena fuori città. È strano ma le canzoni dei nativi americani corrispondono - alle orecchie delle persone negli Stati Untiti - a una melodia che viene dal cortile dietro casa che nessuno ha mai sentito prima di adesso.

m.s.