Index ECONOMIA - Gennaio 1998


Il pericolo giallo

Tra segni di ripresa delle vendite interne e il forte calo del prezzo del metallo prezioso, il settore orafo riunito a VicenzaOro 1 cerca di capire cosa lo aspetta nel futuro. E più che la crisi delle economie del Far East, il mercato dell’oro teme la concorrenza di alcuni Paesi asiatici in grado di competere nell’export verso gli Stati Uniti

Torna ad arridere alle loro aspettative anche il mercato interno, dopo almeno cinque anni di "magra", mentre le vendite all’estero continuano a dare le consuete soddisfazioni. Così a VicenzaOro 1, la fiera del settore orafo inaugurata domenica scorsa, i lavori di standisti e buyer sono iniziati nel segno dell’ottimismo. In una settimana dovrebbero arrivare a Vicenza oltre 17mila potenziali acquirenti, in visita alle quasi 1300 ditte espositrici: ma è già un successo, dicono gli organizzatori esibendo le prenotazioni. In generale, però, gli interrogativi sul futuro dell’oreficeria italiana, quarta voce delle esportazioni nostrane nel mondo, non mancano. Da una parte bisogna fare i conti con il calo impressionante del prezzo del metallo, originato dalle massicce vendite di oro da parte delle banche centrali. Dall’altra, si attende di capire quale potrà essere l’impatto sul settore delle crisi attraversate negli ultimi mesi dalle economie del Far East.

Non che gli orefici e i gioiellieri confluiti a Vicenza siano apparsi preoccupati dalle ultime evoluzioni dell’economia, tanto più che i dati per il momento danno loro ragione. Il settore in Italia vale ormai 11mila miliardi di lire di fatturato, di cui 7mila di vendite all’estero, trasforma circa 450 tonnellate d’oro fino all’anno (il 20% dell’oro lavorato nel mondo), e conta 8mila aziende con 110mila addetti. Ebbene, per il 1997 la Federorafi stima un aumento percentuale della produzione dell’8% in quantità e del 4% in valore. L’export, per il periodo gennaio-settembre ’97, vede un aumento del 6% in quantità, mentre su tutto il ‘97 i consumi interni dovrebbero essere saliti del 3-4%.

Sono risultati positivi, che in qualche modo mettono in ombra le novità pur eclatanti degli ultimi mesi. Ad esempio il calo del prezzo del metallo, sceso a 300 dollari l’oncia (il range considerato normale fino a qualche mese fa era fra 360 e 420 dollari), non smuove più di tanto Agostino Roverato, presidente di Federorafi, l’associazione dei produttori industriali: "Nel breve periodo il prezzo del metallo non salirà, semmai tenderà a scendere nonostante una maggior richiesta di oro da parte del mercato stimabile intorno al 3%". Pericoli di disaffezione del consumatore nei confronti dell’oro? "Non ne vedo, chi acquista un monile non lo fa a scopo di tesaurizzazione, ma come consumo e in base a scelte di gusto".

Anche l’altra importante incognita – vale a dire le conseguenze sull’export italiano delle crisi attraversate dai Paesi del Far East – non trova per il momento risposte molto allarmate. Eppure lo stesso Roverato registra "la flessione delle esportazioni in Giappone (meno 30% in valore), anche per la crisi che ha colpito il sistema distributivo interno, e a Singapore e a Hong Kong come prima ripercussione della crisi finanziaria che ha interessato l’area".

Le preoccupazioni sono infatti orientate in tutt’altra direzione, cioè verso la crescente pressione competitiva esercitata da alcuni Paesi asiatici (India in testa) su mercati floridi come quello statunitense, da sempre destinazione privilegiata delle esportazioni italiane: "Pur in un quadro di sostanziale tenuta delle nostre quote di export – registra Roverato – crescono le minacce concorrenziali dei Paesi asiatici che, dopo aver acquisito tecnologia di produzione occidentale, stanno reclutando personale di vendita europeo per rendere più aggressivo l’aspetto commerciale della propria offerta". Quali che siano le prospettive economiche destinate a pesare effettivamente sul settore, insomma, le nubi sembrano destinate ad arrivare dal lontano Oriente.

m.c.