Index TV - Giugno 1997

Pinocchio, nel paese dei (tele)balocchi

Può uno invitare a una trasmissione - poniamo - Claudia Koll - e risentirsi se uò lei si presenta con un'ampia scollatura? Detto altrimenti, può uno imbastire una trasmissione di piazza in puro stile Santoro e poi pretendere che la gente non fischi, non rumoreggi, non parli e se parla dica quello che vuole il conduttore?

Breve annotazione rassicurante. Questo articolo trae spunto dalla trasmissione di Gad Lerner a Venezia ma non ha nulla a che fare né‚ con la Lega, né‚ con la brigata ormai pluridecorata e pluricommentata. Fine dell'annotazione. Ricomincio.

Una volta le tribune politiche (non esisteva ancora l'espressione Talk Show e la camicia coi baffi stentava a farsi notare, nonostante la sua militanza in una loggia massonica ben più attiva della brigata di cui sopra) erano serissime e grigie trasmissioni in seconda serata, spesso moderate da un serissimo signore di nome Jader Jacobelli. I critici televisivi e gli altri benpensanti si levavano contro questa rigidità espressiva, vedendovi l'equivalente politico della rigidità istituzionale che allora caratterizzava anche i varietà e i quiz a premi.

Da più parti si invocava un rinnovamento del linguaggio televisivo e di quello politico-televisivo in specifico. Anche per effetto della nascita delle TV private qualcosa lentamente cambiò. A un certo punto, addirittura, il cambiamento nel dibattito politico televisivo si accelerò al punto da scavalcare a sinistra quello degli altri generi televisivi. Tanto è vero che oggi gli sceneggiati televisivi, pur avendo assunto il nome più appariscente di 'fiction', sono sostanzialmente identici nella struttura a quelli di quarant'anni fa - l'unica differenza è che al posto di Ugo Pagliai e Paola Pitagora vi trovate Castagna e la Venier, fate un po' voi. Lo stesso vale per il varietà: pur con alcune sporadiche eccezioni (i primi spettacoli di Tognazzi e Vianello, Drive In ed Emilio negli anni '80) la formula del dopoguerra si è conservata intatta fino al Bagaglino.

Non lo show politico. Con l'invenzione della piazza in studio, della baruffa a tutti i costi inventata da Funari e Biscardi (fecero scalpore le primi liti in diretta al suo Processo del Lunedì) ed abilmente esportata in ambito squisitamente politico da Santoro, lo spettacolo politico - perché‚ indubbiamente di spettacolo si tratta - spiazza persino i critici più altezzosi e si pone come vero e proprio contenitore di generi televisivi alla faccia di Domenica In.

Siamo onesti: nessuno di noi guarda Pinocchio o Moby Dick o Prima Serata per conoscere le opinioni di Marini o quelle di Gasparri. Per quelle, se anche le avessero, basterebbero due minuti. No, si guardano - quando le si guardano, la trasmissione dell'Annunziata è naufragata per carenza di ascolti e di idee dopo poche puntate, quella di Santoro vivacchia su ascolti da film bulgaro - per avere in un colpo solo un assaggio di robe diverse che un tempo ci sarebbero volute ore davanti al televisore per consumarle tutte: la pulp fiction con schizzi di sangue e insulti (Bossi è una sicurezza da questo punto di vista), la farsa comico-folcloristico alla De Rege (i siparietti a latere di Cacciari con il pubblico). I più lesti, come Santoro, riescono talvolta a infilarci anche un pizzico di spettacolino hard (memorabile la puntata de Il Rosso e il Nero in cui Pacciani era messo a confronto con aspiranti pornodive). Altri si accontentano della satira politica tout court: impossibile non sbellicarsi quando Lerner, ex di Lotta Continua (come del resto quasi tutte le cime del giornalismo d'oggi, dall'Annunziata a Riotta fino al povero Liguori), mostra una foto degli anni di piombo accusando Bossi di fomentare il terrorismo armato con le sue dichiarazioni?

Come e più di Mai dire goal, il talk show politico pullula di macchiette: l'amico dei magistrati, il nemico dei magistrati, l'opinionista. Per non parlare degli imitatori: la caricatura del comunista, quella dell'imprenditore ecc. Ognuno ha un monologo, un pezzo forte come in ogni rivista che si rispetti (lo stato sociale, l'Europa, il fisco, di Buttiglione si sono viste su Blob cinque comparsate diverse in cui diceva la stessa cosa, con le stesse identiche parole). I grandi leader ormai snobbano queste rassegne, delegando perlopi- gerarchetti di basso rango (le nuove proposte, verrebbe da dire con una facile analogia sanremese, se non fosse che nuove purtroppo non sono: alcuni pare che lo facciano apposta a non far carriera).

La vera conseguenza di questa evoluzione del dibattito politico televisivo (nonché‚ di quella, perfettamente parallela, dell'informazione politica) è rendere perfettamente inutile ogni programma basato sul sovvertimento della vecchia rigidità espressiva. A che serve Blob quando Lerner da solo riesce a organizzare un programma così frammentato e ubriacante? Come possono gli autori di Striscia la Notizia inventarsi notizie più stralunate e esilaranti della visita di Bertinotti alla City?

Il Mago Zurlì Assessore a Milano? Di Pietro sponsor dello sci in Valtellina?

La maggioranza delle situazioni e delle stesse immagini (Veltroni che serissimamente da Gargonza commenta il futuro dell'Ulivo con il Gabibbo alle spalle) è già commento, sbeffeggio e satira di se stessa. E' questa la cosa buffa e, come tutte le cose buffe, anche un po' tragica.

Ambrose Trotter