Index CULTURA - Maggio 1997

Corso di fotografia: puntata 1

Alcune note introduttive sulla storia della fotografia

Con questo numero inizia un corso di fotografia a cura del Dott. Maurizio Merlin che in varie puntate vi permetterà di capire e di apprendere i "segreti" dei grandi reporter

 

Introduzione

La fotografia è un mezzo di comunicazione con il quale possiamo riportare la realtà che ci circonda o le nostre emozioni. La macchina fotografica è lo strumento che ci permette di esprimere tutto ciò. La fotocamera altro non è che una scatola di lamiera o plastica a tenuta di luce con foro in cui è inserita una lente allo scopo di riprodurre su un a superficie piana bidimensionale una realtà a tre dimensioni, creando così una illusione di realtà. Accettiamo come vera ed obbiettiva questa "riproduzione" per un meccanismo psicologico basato sull’educazione, sulla memoria e sull’illusione ottica.

Non ci vuole molta abilità per puntare una macchina fotografica e scattare una fotografia, aiutati peraltro dagli automatismi che la tecnica in continua evoluzione ci offre, ma per ottenere foto che siano "specchio" della nostra creatività bisogna tenere conto di molti fattori tecnici ed estetici quali la quantità della luce, la posizione di ripresa, l’uso di diversi obbiettivi, ecc… .

Scopo di questo corso è aiutare il fotoamatore a percorrere questa strada.

Cenni storici sulla nascita della fotografia

Gli studi da cui nascerà in seguito la prima forma di fotografia risalgono al IV secolo A.C. per merito di Aristotele; egli osservò che oscurando completamente una stanza e lasciando entrare solamente un piccolissimo raggio di sole, sulla parete opposta si proiettava capovolta l’immagine della scena esterna. Perfezionando questo esperimento vennero create delle scatole con la parete di proiezione di materiale traslucido (tipo carta oleata) sulla quale si poteva osservare comodamente la proiezione della scena esterna. Questo dispositivo veniva chiamato "stenoscopio" (denominato anche camera oscura) e diventò uno strumento importante per i pittori medievali che avevano così risolto parecchi problemi di prospettiva nella riproduzione delle scene. Successivamente lo stenoscopio venne perfezionato, riducendone soprattutto le dimensioni (all’inizio erano grandi più o meno come una stanzetta) ed inserendo dei dispositivi per raddrizzare l’immagine proiettata. A tale scopo furono usati degli specchi a 45 gradi che deviando i raggi luminosi invertivano chiaramente la direzione.

Restava, per arrivare definitivamente al concetto di fotografia, ovvero scrivere con la luce, il problema di rendere permanente quella immagine che si vedeva proiettata e a tale scopo la fisica aveva ormai esaurito il suo compito. L’aiuto poteva venire dalla chimica.

Le pellicole

Si devono ad alcuni chimici tedeschi della fine del settecento il merito di aver scoperto che i sali d’argento scurivano con l’azione della luce. Questi studi proseguirono nei primi dell’ottocento per merito di un ricercatore francese, tale Nicèphore Niepce, che viene considerato l’autore della prima fotografia. Gli occorsero ben otto ore di esposizione per impressionare a sufficienza una lastra di peltro sensibilizzata con una soluzione chimica "bitume di Giudea". Un altro francese, Daguerre, riprendendo questi studi verificò che una lastra di rame impressionata evidenzia l’immagine latente e quindi non visibile al contatto con i vapori di mercurio e che, con una soluzione di sale da cucina si poteva fissare e rendere duratura questa immagine. Risultati ottenuti dopo undici anni di esperimenti. Daguerre, pur non essendo l’inventore della fotografia, ha tuttavia il merito con i suoi "dagherrotipi" di averla resa pratica e popolare.

Dopo questi primi esperimenti, le pellicole moderne si ottennero quando si riuscì a spalmare l’emulsione sensibile su un supporto flessibile di cellulosa o plastica (brevetto acquistato dalla Kodak nel 1914).

Le pellicole esistono di vari tipi e formati. La prima grande divisione è : pellicole in bianco e nero e pellicole a colori.

Un’altra distinzione è data dalla sensibilità (indicata convenzionalmente in valori ISO). Con sensibilità si intende quella proprietà dell’emulsione fotosensibile di impressionarsi quando viene colpita da una certa quantità di luce. E’ indispensabile una quantità di luce maggiore per pellicole di bassa sensibilità e minore per quelle di alta sensibilità.

La macchina fotografica

La pellicola che ha il compito di registrare fedelmente la scena da noi ripresa viene inserita nella macchina fotografica. Ogni fotocamera dalla più semplice alla più sofisticata è composta dagli stessi elementi strutturali di base. Abbiamo detto che la fotocamera è una scatola di materiale vario a tenuta di luce, con un foro dotato di una lente che in seguito viene chiamato obbiettivo. All’interno dell’obbiettivo è situato un congegno chiamato diaframma che determina il diametro del fascio di luce che entra. Nasceva anche la necessità di poter controllare per quanto tempo durava l’azione di questo fascio di luce così si inserì un altro dispositivo chiamato otturatore, che poteva permettere o impedire l’ingresso della luce nel corpo macchina. Altro dispositivo è il mirino, che permette di dimensionare la scena da noi inquadrata.

In base alla grandezza dell’elemento sensibile (cioè la pellicola) esiste una categoria di fotocamere che sono in grado di accettare i vari formati:

SIGLA

FORMATO DEL FOTOGRAMMA

 

110

16mm x 12mm

 

126

28mm x 28mm

Fotocamere amatoriali

135

36mm x 24mm

 
 

60mm x 60mm

 

120

60mm x 70mm

 
 

60mm x 90mm

Fotocamere professionali

Banco ottico

10mm x 13mm

 
 

13mm x 18mm

 

Nei primi mesi del 1996 verrà lanciata sul mercato la nuova pellicola "APS" (che fa parte del nuovo Sistema Fotografico Avanzato ; quindi nuove macchine fotografiche e nuovi rullini). Il nuovo formato del negativo è di 16 mm x 30 mm e la pellicola è allestita in tre differenti lunghezze, ossia può contenere 15, 25, 40 fotogrammi. Lo strato magnetico dorsale serve per registrare alcuni dati fondamentali che riguardano la ripresa e che sono rilevati nella fase di stampa al fine di determinare il formato degli ingrandimenti e per correggere le dominanti che derivano da errori di ripresa. Con l’APS si instaura dunque un dialogo tra fotografo e pellicola e tra pellicola e fotolaboratorio. Pur restando per il momento un sistema amatoriale, il fotografo è ora messo in grado di operare con una flessibilità prima impensabile e potrà ottenere più facilmente i risultati desiderati.

Maurizio Merlin