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redarrowleft.GIF (53 byte) Sport Luglio 2004

Un modo di correre

Come si fa ad identificare nello sport uno status di unicità quando, proprio per questa caratteristica peculiare, non si hanno a disposizione elementi adeguati?

E’ semplice: si ricorre al nominativo stesso di chi è autore delle gesta o racchiude in sé quelle caratteristiche incompatibili a qualsiasi altro esempio le si voglia accostare.

Non c’è modo più efficace.

Ecco da dove scaturiscono la rovesciata ”alla Piola” e le punizioni “alla Platini”, il salto “alla Fosbury” e il rovescio “alla Borg”, il sorpasso “alla Villeneuve”, lo scatto “alla Merckx”.

Nessuno prima di loro, aveva mai interpretato quel sublime momento atletico con eguale periodicità, tanto da far sembrare un evento eccezionale quasi una sorta di normale conseguenza del talento; nessuno, se non loro, hanno mai costituito il simbolo di un modo di intendere lo sport fatto di coraggio e capacità, doti imprenscindibili per raggiungere quell’attimo fatidico di successo, percorrendo strade completamente diverse da tutti gli altri, tanto diverse da poterle identificare solo e soltanto con il loro nome.

E’ veloce ma..

“Mi dicono che per essere veloce è veloce, ma il gas non lo tira giù mai…è sempre in terra!”

Mi disse così Paolo Pileri, Team Manager dell’omonima squadra che in 125 aveva iniziato la stagione mondiale 1993 con due ottimi piloti: Noboru Ueda e Fausto Gresini.

Il ragazzino un po’ spaurito che si stava cambiando in un angolo di quel box di Misano Adriatico, sede per l’occasione dei test di quasi tutte le compagini più importanti nelle tre serie, probabilmente pensava che si stesse parlando di uno dei due campioni del team Marlboro Pileri.

Grandi occhi blu, espressione furbetta, era stato accompagnato dal padre, ex pilota delle 500, per un test in pista, finalmente con una vera moto 125 da GP ed il buon Pileri si era offerto, di buon grado, di fargli da padrino, mettendogli a disposizione un esemplare della Honda vice-campione 1992.

Certo che in quel paddock ce n’era abbastanza per farsi venire il “braccino”: un “battesimo motoristico” davanti agli occhi dei vari Lawson, Gardner, Rainey, Schwantz, Mamola, Cadalora, Reggiani, Chili e compagnia, non è dei più facili.

Il piccolo Valentino Rossi, 14 anni appena compiuti che non dimostra per l’aspetto gracile, non è che con le 125 Sport Production abbia finora fatto sfracelli: a circa metà stagione è indietro, anche se in pista durante le gare spesso è davanti.

Il problema è che cade con frequenza imbarazzante.

Molte volte dopo numeri incredibili che gli fanno guadagnare un sacco di posizioni non si accontenta, non molla mai la manetta, non cede un metro…e va giù!

Anche durante il test dimostra che correre così è senz’altro il risultato delle combinazioni chimiche del suo DNA: i tempi sono ottimi, in gara farebbe una buona quarta fila, ma che dritti, che sbandatone, però anche, che traiettorie strane.

L’esperienza di Paolo Pileri gli suggerisce che di così discontinui se ne son visti tanti in pista, di così geniali in alcuni passaggi, pochi.

Il solito dilemma: se diventerà un pilota normale e maturerà, la genialità dovrà adattarsi alla razionalità; se invece non cambierà la sua natura, servirà un talento enorme, perché altrimenti farà poca strada.

Il pilota che ho visto “sdraiarsi” a Rio è lo stesso ragazzino che scese dalla moto quel giorno, quello che ha in sè la stessa identica scintilla agonistica.

Quel lampo negli occhi nel dire “peccato” alle telecamere, è lo stesso che aveva quando si tolse il casco quella volta: un insieme di “pensano che avrei potuto far meglio” e di “però anche stavolta c’ho dato da bestia!”.

Valentino è questo, non “uno che ci prova sempre” ma l’essenza stessa della prima posizione come sola opzione, sia come sia; è la radice stessa della vittoria che conclude una gara, anche quando sembra irraggiungibile; è quell’unicità che non prevede altre soluzioni.

Si è spesso scritto negli anni passati di un Rossi che il primo anno impara ed il secondo trionfa grazie ad una tattica più accorta: non sono d’accordo.

In Vale aumenta solo la sicurezza di ciò che può fare e per questo riesce a farlo.

In realtà il suo modo di correre non cambia di una virgola, soltanto che la genialità di cui dispone diventa, nell’anno successivo, preponderante grazie alla conoscenza del mezzo e di cosa lo aspetta in pista.

Nel buddismo Zen Soto, a differenza di altre scuole di pensiero parimenti volte al raggiungimento del Satori, cioè dell’Illuminazione, si persegue lo Stesso in quanto ricordo e non in quanto raggiungimento di una condizione nuova: siamo già dei Buddha ma non ricordiamo di esserlo, ci manca la consapevolezza.

E’ un po’ quello che succede a Valentino nelle gare: un’unica essenza, con più o meno consapevolezza.

Dire che avrebbe potuto accontentarsi di qualcosa meno della vittoria o dire che, al contrario, il suo modo di correre l’ha portato all’errore tentando la rimonta è come dare la descrizione di due facce di una stessa medaglia che non gli appartiene, che prevede una scelta.

Un combattente è comunque colui che si getta nella pugna di sua spontanea volontà, quindi per scelta razionale.

In realtà il Valentino che si concentra con i suoi movimenti parossistici poco prima del via, è direttamente collegato con quello che alza il pugno al cielo appena tagliato il traguardo.

Nel mezzo, una specie di potentissimo computer biologico prende il sopravvento, un computer con un solo programma inserito, quello della vittoria (sottoprogramma “analisi e acquisizione dati per il raggiungimento della..”); nel frattempo il resto di Valentino si diverte andando in moto.

Del resto il motivo della scelta del numero 46 e del primo soprannome “Rossifumi” sono già un’ottima indicazione.

Ora forse racconterò una storia che pochi di voi forse conoscono per quello che riguarda Valentino e sicuramente NON conoscono per quello che riguarda me ed altre persone.

Nei primi anni ’90 molti di noi erano affascinati da un pilota giapponese, tale Osamu MIYAZAKI, che spesso gareggiava come wild card nelle gare orientali del motomondiale della classe 250.

Miyazaki al via si presentava con un solo obbiettivo: vincere.

In pista la fortuna e il più delle volte anche il mezzo non lo assistevano, ma la “trance” di Osamu lo portava ogni volta tra i primissimi e altrettante volte un dritto o peggio, una caduta, vanificavano quanto aveva fatto; lo spettacolo che offriva era però sempre entusiasmante.

Il numero di Osamu Miyazaki per molte gare è stato il 46.

Vale fu preso anche lui dal fascino di questo incredibile pilota, tanto da apprezzare moltissimo questo modo di essere che sentiva probabilmente simile alla sua natura: si affezionò al 46 che scoprì essere anche il numero del padre in alcune gare e adottò il soprannome di battaglia di Rossifumi, aggiungendo al suo cognome una desinenza giapponese presente nel nome di Abe, Norifumi.

Miyazaki sceglieva di combattere, a differenza di Valentino, fino all’ultimo sangue per poter vincere e proprio questo protendersi al raggiungimento dello scopo lo portava a sbagliare, seppure dopo “numeri” incredibili.

Valentino invece non cerca nulla: va in automatico come quando guidate l’auto e ascoltate la musica senza pensare a cosa fanno i vostri piedi.

Una volta partito, il programma “primo posto” entra in sequenza e Vale si gode la gara, consapevole della sua forza.

Ma la storia di Osamu Miyazaki non è finita………..

Un gruppo di amici di Pesaro tra cui Lollo che diventerà il motorista di Cecchinello ( ed è l’attuale di Locatelli), sono talmente colpiti dalle gesta dell’indomito giapponese che nel 1992 fondano un “Miyazaki fanclub" sulla parola, una specie di scherzo tra loro, di cui disegnano anche un adesivo da appiccicare sui cupolini delle loro moto, una ventina di copie diciamo (una è per me).

Dieci anni dopo il Lollo ormai meccanico del motomondiale, si troverà davanti il mitico Miyazaki ai paddock di Suzuka e durante una pausa lo incontrerà mostrandogli uno degli adesivi conservati dall'epoca e facendogli capire che in Italia c’era stato un fanclub a suo nome, fondato sull’entusismo suscitato dalle sue gesta eroiche e sfortunate.

Si commuove alla notizia il vecchio campione e anche chi gli stà di fronte.

Qualcosa scatta nel sentimento di autostima del pilota.

La consapevolezza si fa strada, mentre dall’ottavo posto in griglia affronta, con un’inedita quasi serafica indifferenza, la partenza di quello che sa essere l'ultimo GP della sua vita prima del ritiro definitivo, l'ultima occasione.

Un sorriso è l’ultima cosa che fa prima di abbassare la visiera, sotto una pioggia battente.

Il pilota Osamu Miyazaki, partito ottavo, contro tutti i pronostici, vince il GP di Suzuka classe 250 del 2002!

Il vero “padre del 46” domina quella gara bagnata, rifilando al secondo ben 6,9 sec. e ben 29sec. al terzo, battendo con un'andatura impressionante gente del calibro di Melandri, De Puniet, Locatelli, Battaini, Nieto, Rolfo.

Alla premiazione, quella volta, tutti noi ragazzi del suo “fanclub” anni 90, ci scoprimmo con qualche lacrima davanti alla TV…….

A volte è andata bene altre meno ma Valentino, quello che si firma ancora oggi “Rossifumi” negli autografi, è rimasto quello di sempre: un talento motociclistico sovrumano, nel corpo di un ragazzo di Tavullia.

Rio è un episodio del tutto simile a quelli del Mugello, di Montmelò, di Assen, solo di segno opposto, ma parte di un “insieme” che è il suo marchio di fabbrica.

Nel 1996 un ragazzino con una moto che veniva sverniciata regolarmente in rettilineo, riprendeva tutte le decine di metri persi grazie alle sue traiettorie “alternative” nelle curve e nel misto, senza mollare mai.

Nel 1997 stessa cosa, solo che la moto era un po’ meglio.

In realtà cade quell’anno all’esordio di Suzuka e con la stessa condotta di gara vince subito dopo a Jerez, battendo tutti in bagarre proprio alla fine, così come fa al Mugello, così come rivince a Le Castellet e ad Assen e poi via via negli altri GP.

L’unico dove lo ricordo accontentarsi, è proprio quello che gli consentirà di vincere il primo mondiale, a Brno, dove controlla Ueda e Manako e rimane nelle ultime curve al terzo posto.

Nell’intervista non è contentissimo dell’arrivo (nonostante lo sia per il mondiale), come dire: “maledizione, chissà cosa mi è preso!”.

Nel 1998 altro esordio con caduta: la moto va male ma lui gli dà gas di brutto, fino al ritiro.

La gara successiva in Malesia dimostra come nessun’altra quanto sia dominato dalla sua essenza: secondo dietro Harada ci si prepara a festeggiare.

Non si fanno i conti però con ciò che prende vita in Valentino durante una corsa: all’ultima curva, nell’estremo tentativo di vincere cade ed è costretto al ritiro, a 500metri dalla fine, a 500metri dal primo podio in 250 della sua vita, cade piuttosto che arrivare dietro!

Potrei citare il Mugello 2000 e ancora 2001, quando dopo una rimonta incredibile all’ultimo giro, nonostante sia secondo anche stavolta, spinge ancora e scivola su una striscia bianca; potrei citare la volta successiva a Barcellona, dove con la stessa condotta di gara recupera molte posizioni e vince, e Donington sempre del 2001, dove alla fine del primo giro è 16° e dove trionfa guidando come un forsennato.

Potremmo arrivare ai Gp che ancora sono nella memoria dei più, quelli dei 10 secondi di penalità recuperati, quelli dei dritti sulla sabbia e dei sorpassi prodigiosi, quello vinto con la Yamaha a Welkom, dove ha sconfitto l’inferiorità della sua moto ancor più dell’avversario.

Difficile trovare una gara dove lo si sia visto in veste dimessa o rinunciataria; difficile ricordare un Valentino appena diverso dal solito in pista.

Perché anche in competizioni come quella di Le Mans di quest’anno, a riguardare bene i filmati, si può essere certi che il suo “computer biologico” ha marciato al massimo consentito, senza fare sconti.

Valentino Rossi non è uno che “ha un modo di correre”, lui  è “UN MODO DI CORRERE”.

Cadute o vittorie, in fondo, sono solo due aspetti della stesso genio .

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