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redarrowleft.GIF (53 byte) Cinema Febbraio 2003

 
E Forrest Gump entrò nell’Fbi

 

Un agente a volte stupido e a volte geniale. Che insegue per anni un truffatore imprendibile ma alla fine tenta di redimerlo. Così Tom Hanks interpreta l’agente federale a caccia di Dicaprio in “Prova a prendermi” di Spielberg. Con quel misto di ingenuità e serietà che ne hanno fatto un attore pluripremiato agli Oscar

 

Mentre nei cinema non si è ancora spenta l’eco di Era mio padre in cui l’attore vincitore di due Oscar per Philadelphia e Forrest Gump interpreta il ruolo di un gangster di origine irlandese che fa di tutto pur di salvare suo figlio dalla sua pesante eredità, Hanks torna sul grande schermo con Prova a prendermi incentrato sulla vita di Frank Abagnale Jr. La pellicola si ispira all’autobiografia di Abagnale, il libro che racconta la storia di un adolescente fuggito da casa che, malgrado possedesse soltanto un diploma di scuola superiore, riuscì a spacciarsi per pilota d’aereo, medico, avvocato e docente universitario e a incassare milioni di dollari con degli assegni falsi. Praticamente nessuno fu in grado di arrestarlo, tranne un agente dell’Fbi solitario e un po’ pasticcione che dedicò parte della sua vita prima a tentare di fermare il giovane e poi a riabilitarlo. Un’altra figura paterna per un attore sempre più coinvolto da un cinema di contenuti, proprio quando in Dvd esce Orange County che segna il grande debutto del figlio di Tom, Colin Hanks, nel ruolo da protagonista di una commedia dai toni agrodolci. Per non dimenticare, poi, che Hanks insieme a sua moglie Rita Wilson è anche il produttore alle spalle dell’enorme successo de Il mio grosso grasso matrimonio greco…

 

Non è curioso che lei interpreti due film tanto “forti” sul senso della paternità a breve giro di posta?

 

Forse lo è, ma tutto il film parla di qualcosa di simile al legame padre-figlio nel rapporto che cresce tra Frank e il mio personaggio. Quello che li unisce è la solitudine e c'è una sequenza particolare del film dove questo aspetto è chiaro: la vigilia di Natale, Frank, sempre in fuga, è solo in una stanza d'albergo e non ha nessuno con cui parlare. E anche Carl vive la stessa situazione, solo nel suo ufficio. Non a caso c’è una telefonata che segna il primo di una lunga serie di confronti tra i due. Carl, il mio personaggio, è profondamente impressionato dallo stile e dall’eleganza del truffatore; la scoperta della sua giovanissima età, poi, lo lascia letteralmente di sasso. All’improvviso, capisce di avere a che fare con un ragazzo, straordinariamente abile è vero ma pur sempre un ragazzo che in fondo sta vivendo un’avventura più grande di lui. A quel punto il suo atteggiamento diventa quasi protettivo. Sa bene che Frank è un criminale e, come tale, dovrà assicurarlo alla giustizia, ma avendone scoperto la fragilità farà anche in modo che possa redimersi.

 

Se non fosse stato un padre, questi ruoli li avrebbe potuti interpretare alla stessa maniera?

 

Potrei dire di sì, che avrei potuto farlo, ma che al tempo stesso non avrei avuto nulla da offrire al mio personaggio. Quindi la mia risposta è no. Se sei un padre spesso vai a letto domandandoti: "Cosa ho fatto di bello oggi per rovinare la vita di mio figlio? Quali cicatrici indelebili ho inferto loro per colpa dei miei errori?". Un padre, però, vive anche una connessione fortissima e carica di gioia con i propri figli e questo è meraviglioso. Non provando queste cose non si può diventare padre sullo schermo anche se tutti noi viviamo i nostri rapporti misteriosi con i nostri genitori. Alle volte si è vecchi amici, altre quasi degli estranei.

 

Il film è ambientato negli anni Sessanta. Cosa ha rappresentato per lei quell’epoca?

 

Per me gli anni Sessanta sono iniziati con la morte di J.F.K, e poi il Vietnam, Martin Luther King e le rivolte razziali che hanno letteralmente sconvolto la mia città.

No, non è stato un periodo innocente, come si vorrebbe far credere, ma è stato un periodo molto bello, avevamo una musica stupenda e lo stile di allora è moda oggi. Ora non si possono più provare le stesse emozioni, come salire sulla scaletta di un aereo.

 

La sua carriera è ormai trentennale. Qual è la sua idea del cinema?

 

I film devono emozionare e magari farci pensare ad aspetti reali della nostra vita. Per esempio, nonostante abbia fatto ruoli molto diversi, credo che i miei personaggi si siano sempre posti la stessa domanda ad un certo punto: come mi trovo in questa situazione? Anch'io come attore ogni tanto mi chiedo come è possibile aver ottenuto tanti riconoscimenti, andare in alberghi bellissimi ed essere scortato come un mafioso. Mi sento molto fortunato, anche perché nella mia vita non sono mancati i momenti negativi...

 

Carl Hanratty è un agente dell’Fbi. Un ruolo nuovo per lei…

 

Negli anni Sessanta gli agenti Fbi venivano ancora rappresentati alla John Wayne, negli anni Settanta in maniera completamente negativa. Il mio, invece, è nel mezzo: a volte un idiota, a volte un uomo eccezionale. Un essere umano che cerca di fare il proprio lavoro con coscienza.

m.s.

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