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redarrowleft.GIF (53 byte) Letture Settembre 2002


La Parigi di Mitterand? Un vero giallo

Docente di storia e famosa sindacalista, Dominique Manotti è diventata scrittrice di "noir". Con protagonista un commissario amante del jazz, raffinato e omossessuale. Una serie di storie ambientate negli anni ’80, quando la polizia i computer non sapeva neanche cosa fossero. E la società maturava svolte decisive per il futuro della Francia. Nautilus l’ha intervistata

Può una famosa sindacalista decidere un giorno di trasformarsi in una scrittrice di libri gialli e – attraverso questi – conquistare un successo inaspettato? Evidentemente sì, perché questo è accaduto alla sessantenne francese Dominique Manotti da sempre militante sindacale nella Confédération Française Démocratique du Travail ed insegnante di Storia economica del XIX secolo all'Università di Parigi.

Il sentiero della speranza, che ha ricevuto il premio per il miglior romanzo dall'Associazione francese degli scrittori del giallo (1995), è il primo della trilogia ambientata nella Parigi di Mitterand che ha come protagonista il commissario Daquin. Un romanzo emozionante che è ambientato nel 1980 a Parigi quando, in un giorno di primavera, una ragazzina thailandese viene trovata morta in uno dei tanti laboratori di confezione del Sentier, un quartiere abitato in prevalenza da lavoratori turchi clandestini. È il commissario del decimo Arrondissement a doversene occupare: si chiama Daquin, è bello e sofisticato, ama il jazz e il rugby, ha una storia tormentata alle spalle. Dopo il ritrovamento di un sacchetto pieno di eroina non lontano dal luogo dell'omicidio, Daquin capisce che la sua non sarà una banale indagine di routine sulla prostituzione minorile. Insieme agli uomini della sua squadra - gente rude, dai metodi non sempre corretti - si trova infatti a dipanare una matassa in cui il traffico di armi si confonde con quello della droga, in cui si mescolano pornografia e indossatrici di lusso, banche, deputati e politica mediorientale. Intanto i lavoratori turchi manifestano per il permesso di soggiorno; li guida un ragazzo dagli occhi azzurri, Soleiman, "un miscuglio sconcertante di ribellione e sottomissione", informatore, amico e amante del commissario. Nel mondo borderline in cui entrambi si muovono, dove la violenza della polizia e il fanatismo dei Lupi grigi sembrano quasi il minore dei mali, il loro rapporto, pur nell'ambiguità, spicca per pulizia e tenerezza. Nautilus ha intervistato l’autrice in esclusiva.

Signora Manotti, perché il genere giallo è sempre tanto di moda?

E’ un tipo di narrazione che si accorda perfettamente con la nostra società se si vuole trovare una vera e propria collocazione in questo mondo moderno. Non dico per conoscerlo in profondità arrivando a capirlo completamente, quanto, piuttosto, per esplorarlo. Il genere noir rappresenta uno strumento straordinario per confrontarsi con la realtà.

Parigi è da sempre nella letteratura considerata come una città ricca di fascino e di mistero.

Meno di Londra e più – sicuramente – di Roma. E’ una città straordinariamente ricca e variegata. Quando la si conosce bene si arriva a comprendere che si tratta di un amalgama disomogenea di quartieri diversi che costituiscono ciascuno un universo separato denso di realtà spesso conflittuali. Parigi non è solo la capitale della Francia, ma è una collezione di quartieri pieni di vita che esprimono identità diverse dell’intera nazione. Ogni quartiere ha un’identità propria, fatta anche di tradizioni diverse. Sia in maniera vistosa che più nascosta Parigi è una città multidimensionale che offre molto spazio a diversi piani narrativi.

Perché ha scelto di ambientare il suo romanzo più di venti anni fa?

Come storica avverto la necessità di stabilire una distanza rispetto al soggetto di cui scrivo. Questo è l’unico modo che conosco per arrivare a delineare nei dettagli una storia complessa.

Viene da pensare che la distanza sia anche di natura politica…

Certo, quella era la Francia di Mitterand. Originariamente il mio progetto era quello di stendere una cronaca di quegli anni che hanno influenzato come pochi altri le aspirazioni e le scelte della mia generazione. E’ per questo che mi è piaciuto potere utilizzare per lo sfondo del mio libro un’epoca decisiva per la storia della Francia moderna.

Che cosa le poteva dare un’ambientazione "pretecnologica" in un’era, ovvero in cui la polizia non era dotata di computer e di reti telematiche dei livelli odierni ?

Sicuramente non ha cambiato nulla per quello che riguarda la semplicità delle indagini. Il mondo non è mai stato facile in nessuna epoca. C’erano complicazioni di genere differente, ma erano pur sempre presenti. Semmai la diversità era nell’approccio che la polizia ha con i delitti. Meno tecnologia, però, non significa anche minore scientificità. Anche oggi i metodi rimangono invariati rispetto al passato nonostante l’apporto dei computers. L’intuizione è ancora oggi il dato che risolve l’85% dei casi.

Qual è l’errore che un’ambientazione del passato poteva farle commettere ?

Quello di applicare una metodologia investigativa sviluppata solo di recente. Un anacronismo che – fortunatamente – non ho commesso.

m.s. 

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