Vai al numero precedenteVai alla prima paginaVai al numero successivo

Vai alla pagina precedenteVai alla prima pagina dell'argomentoVai alla pagina successiva

Vai all'indice del numero precedenteVai all'indice di questo numeroVai all'indice del numero successivo
Scrivi alla Redazione di NautilusEntra  in Info, Gerenza, Aiuto
 
redarrowleft.GIF (53 byte) Lettura Giugno-Luglio 2002  

Italia mia, goodbye

Un’antologia di autori italo-americani. Divisi fra le oramai incomprensibili tradizioni familiari e il Nuovo Mondo che però non li accetta facilmente. Così nascono storie di emancipazione e sofferenza. All’ombra di quel sogno americano che anche gli immigrati dal Bel Paese hanno contribuito a realizzare

AAVV, Figli di due mondi, Avagliano Editore, pp.178, Euro 13,50

Come sottolinea Francesco Durante nella sua puntuale introduzione all’antologia di racconti di dieci autori italo-americani degli anni trenta e quaranta da poco edita da Avagliano, quel periodo rappresenta il momento storico in cui la presenza di tali scrittori nella letteratura Usa non solo "si afferma come una autonoma possibilità narrativa, non più limitata al pur necessario e quasi obbligato passaggio autobiografico", ma si apre ad una maggiormente variegata tavolozza espressiva, contraddistinta da una più matura coscienza della propria peculiarità etnica, quantunque, giusto in quegli anni, si stia consolidando la consapevolezza della propria appartenenza a pieno titolo alla nazione guida del Nuovo Mondo. Insomma: italo senz’altro, ma americani pure.

Non a caso (vedi il racconto Un padre immigrato, di Antony Turano) emerge chiaramente quella che risulta essere la principale differenza tra giovani e meno giovani – fra gli emigrati originari d’Italia e i loro figli nati negli States, per capirci – ossia l’essere questi ultimi abbastanza integrati nel tessuto socioculturale americano (in primis per quanto concerne l’ambito linguistico), a differenza dei genitori che non hanno mai imparato bene a parlare inglese; come il padre di Turano, un droghiere di Little Italy, il quale: "Era così tipicamente italiano, ed era stato così poco influenzato dalla lingua e dagli usi della sua patria adottiva, che bere il tè era il suo unico gesto americano".

Eppure, ad onta di ogni integrazione, il razzismo nei confronti dei Wops pesa ancora. Lo testimonia John Fante – il più noto fra gli scrittori italo-americani di quel periodo – affermando come gli epiteti di "Wop" e "Dago", con cui dispregiativamente venivano chiamati i nostri emigrati, "contengono l’essenza stessa della povertà, dello squallore, della sporcizia". Al contempo, tuttavia, per i più giovani la presa di distanza dalle consuetudini di vita del Bel Paese si fa sempre più marcata via via che il tempo passa, come afferma senza alcuna nostalgia Jo Pagano, parlando di sé: "Io stesso, per esempio, nato in America, cresciuto nelle scuole e nelle strade americane, che cosa sapevo dell’Italia? Che era un paese dalla forma di uno stivale deformato, secondo le carte geografiche dell’Europa che avevo visto appese a scuola: un nome, un sapore, una lingua che i miei parlavano".

Così l’emigrato diviene ormai figura patetica, storicamente superata in un certo qual senso. Questi per proteggere il suo mito diviene ipercritico nei confronti del Paese ospite, denuncia in modo impietoso Angelo Bertocci. Perciò: "Ne segue un certo disprezzo esagerato dell’America e delle cose americane da parte dell’italiano della vecchia generazione, che irrita gli americani". Di contro non manca la sottolineatura dell’entusiasmo con cui molti vecchi emigrati guardavano alla terra scoperta da Colombo, la quale è: "un posto di prima classe", fa dire senza mezzi termini a un personaggio d’un suo racconto Guido D’Agostino.

Ma non sono certo solo gli uomini i protagonisti di questi narrativi. A parte la scontata celebrazione delle madri esemplari, in grado di tirare avanti la baracca e i figlioli anche senza il becco di un quattrino ("Nostra madre, ogni giorno, aveva da battagliare col pescivendolo o col fruttivendolo, con il calzolaio o col droghiere, per proteggere dalla loro avidità il nostro magro patrimonio", ricorda in Memorie di mia madre Angelo Bertocci), anche le figlie, le giovani donne della nuova generazione fanno la loro comparsa – ora comica, ora drammatica – nella scena narrativa di John Fante e compagni. Vedi la storia più amara del libro, La ribellione di Millie, di Garibaldi M. Lapolla, dove si narra il disagio esistenziale della diciassettenne Millie, costretta a combattere con un marito-padrone che si oppone al suo desiderio/bisogno di trovarsi un’occupazione che non sia quella di casalinga. O il racconto Pietre, di Mari Tomasi, che narra la faticosa impresa di vivere da parte della moglie di un tagliatore di pietre.

Così, un poco schizofrenicamente scissa tra la memoria d’una Italia sempre più lontana e il presente all’insegna degli Usa, l’anima degli emigrati e dei loro figli oscilla tra regressioni nostalgiche e velleità di realizzare in qualche modo il sogno americano d’un successo in grado di esorcizzare per sempre anche il ricordo di stenti e miseria. Poi verranno la guerra e il dopoguerra. Ma questa è un’altra storia: sono altre le storie che la narreranno. Per il momento fermiamoci qui.

Francesco Roat

np99_riga_fondo.gif (72 byte)

                                           Copyright (c)1996 Ashmultimedia srl - All rights reserved