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redarrowleft.GIF (53 byte) Lettura Febbraio 2002  
 

Amare o non amare, questo è il problema

Due storie di amori impossibili ambientati fra il ‘500 e il ‘700. Fra inganni e passione, illusione ed esagerazione. E dove l’unica certezza è che il sesso non riesce mai a mettere la parola fine all’anima inquieta degli uomini

Antonella Cilento, Il cielo capovolto, Avagliano Editore, pp.170, € 9.30

Il passato remoto in cui Antonella Cilento ambienta i suoi due narrativi raccolti sotto il titolo de "Il cielo capovolto" è appena un pretesto o un fondale da teatro entro il cui scenario ambientare un paio di storie intorno all’irrequietudine e all’inappagamento esistenziale che può spingere verso una passione o una fuga destinata comunque a concludersi all’insegna dell’eros.

Il primo racconto (più breve ma, a mio avviso, più riuscito) è calato nella cornice d’un Cinquecento un po’ manierista, dalle tinte cariche e dai toni sin troppo cupi. Protagonista della vicenda è Gioacchino, mercante d’arte invaghitosi del fascinoso Eranio, giovane bisessuale dal comportamento amoroso assai disinvolto e tendente a perder facilmente la testa vuoi per un bel ragazzo vuoi per una prostituta da quattro soldi. Avviene quindi che anche Gioacchino finisca per perdere la sua e macchiarsi di ben due delitti pur di tenersi vicino lo scavezzacollo del quale s’è perdutamente invaghito.

Ma è giusto la diversità ad attrarre i due uomini: giovane Eranio, anziano Gioacchino; rubacuori sfegatato il primo, geloso e possessivo il secondo. Così, fra loro, il rapporto (meglio: il non rapporto) si consuma nel segno dell’equivoco, del puro gioco deduttivo e, alla fin fine, del misconoscimento. L’uno non conosce davvero l’altro; l’uno non comunica sul serio con l’altro. E l’amore, qui, è solo inganno, sogno e quando si concretizza sa di ruffianeria o di bordello.

Le esagerate trasgressioni, tuttavia, non fanno che confermare questa dismisura tra i due. Scorre fin troppo vino; si frequentano sin troppe meretrici. Anche se questa sottolineatura della dissipatezza viziosa contribuisce a rimarcare un effetto di straniamento che consente al lettore di cogliere la condotta di Gioacchino e compagni all’insegna non tanto dell’eccesso ma, si accennava, del teatro, dell’abbaglio e dell’autoinganno. Lo evidenzia lo stesso mercante asserendo che "la passione è solo illusione". E lo ribadisce la citazione da Oscar Wilde, posta ad epigrafe del secondo racconto: "L’unica differenza che corre fra un capriccio e una passione eterna è che il capriccio è più durevole". Stavolta però siamo un paio di secoli più avanti. E’ il Settecento – secolo libertino per antonomasia – il periodo dove Cilento ambienta la vicenda un po’ hoffmanniana di Aernestine, cortigiana borbonica "curiosa e insoddisfatta", alla perenne ricerca di un uomo che la appaghi pienamente. Del resto incontentabili sono un po’ tutti quanti i personaggi di questa fantasiosa novella partenopea; in primis le "Maestà" che governano (o malgovernano) il loro regno "a forma di scarpa". Il re, capace di far venire a sue spese dal lontano Tibet un Lama pur di saziare la sua sete di esoticità; la regina, pronta ad invitare a Caserta Coniraya: un pellerossa un po’ pirata, nonché collezionista di scale.

Aernestine, infine, è una sognatrice come e più del mercante cinquecentesco. In ogni caso, sia l’uomo che la donna attendono dall’altro e dall’altrove una conferma di senso del proprio esistere che in loro stessi, da soli, non riescono a trovare. Cercano dunque entrambi l’oltre: un ambito ulteriore che sa di metafisica, di azzardo e di tensione al contempo insoddisfatta e fatalmente insoddisfabile.

Francesco Roat  

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