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redarrowleft.GIF (53 byte) Primopiano Luglio 2001  
 

 Taccuino G8 

IV

Genova, 21 luglio 2001

Genova il giorno dopo. Che assomiglia molto - troppo - al giorno prima. Appena svegli, per quanto si è potuto dormire, c'è la coda alle poche edicole aperte di Genova. Le foto delle prime pagine sono agghiaccianti. A colazione nessuno parla. Si legge e basta. Sembra la stessa scena di ieri sera, quando a mezzanotte, raggiunta finalmente una pastasciutta, l'abbiamo mangiata fissando il piatto a ripassare tutto, nostro malgrado. Era la fine di una di quelle giornate che in qualche modo ti cambiano la vita. E oggi il timore è che tutto si ripeta. 

La mattina fin dalle dieci c'è già una sorta di pre-corteo. Centinaia e centinaia di persone che si dirigono verso Piazza Sturla, da dove partirà la manifestazione: greci, francesi, e poi Lega Ambiente, Rifondazione, Verdi. Molti hanno il lutto al braccio. Sacchetti di plastica nera fatti a striscioline. Nella sala stampa del media center del Genoa Social Forum, la conferenza stampa di Agnoletto, alla presenza dei registi Mario Martone, Ricky Tognazzi, Ettore Scola. 

Ci sono testimonianze su quanto successo ieri. Agnoletto, poi, ha dichiarato di avere un documento video sull'uccisione di Carlo Giuliani. Si vedrebbe il carabiniere sparare e poi un suo collega sparare a sua volta verso i compagni. 

Fuori, in giro, ci sono ancora i famigerati Black Bloc. Ostentano una tranquillità inquietante. Hanno il loro look solito e le spranghe di legno. Le molotov, quelle, le tengono in tasca, come noi teniamo il portafogli. Più tardi, durante la manisfetazione, si sistemeranno lungo la transenna del luingo mare. Piccoli gruppetti sparpagliati. Molti hanno il passamontagna abbassato e mettono in mostra facce da ragazzini. Alcuni avranno non più di 14 anni. Ogni tanto c'è qualche adulto che è adulto davvero, sulla cinquantina e oltre. E poi molte ragazze. Nella stragrande maggioranza sono spagnoli, svizzeri e tedeschi. Teorizzano la distruzione, loro. I manifestanti li guardano storto, qualcuno gli dice qualcosa, ma poi vanno via dritti. Il numero più numeroso è concentrato di fronte a un vicolo in salita, sbarrato da un cancello. 

Una trentina di metri più su, un centinaio di poliziotti sono schierati in assetto di guerra. Fanno paura, i Black Bloc, ma andrebbero isolati, sia dai manifestanti che dalla polizia. Saranno i primi a farlo: i manifestanti. Le tute bianche. Li allontanano dal corteo, gli spezzano le spranghe. Facendogli capire chiaro e tondo di essere indesiderati. Il resto dei manifestanti applaude. E loro se ne vanno, verso Piazzale Kennedy, fuori dal percorso del corteo. A provocare e a beccarsi i soliti lacrimogeni che ci becchiamo anche noi e tutti i pochi che sono rimasti nel piazzale sede del Genoa Social Forum. A rifocillarci prima del lungo percorso. Li lasciamo qui. Con gli altri 200.000 ce ne andiamo verso la zona Marassi, la zona di fine corteo. 

Un corteo multicolore, con orchestrine improvvisate, danze, recite. Mai vista tanta gente. E mai vista una polizia così assente, impegnata certo a fronteggiare - e male - i Black Bloc, ma del tutto indifferente nei confronti dei manifestanti. Gli scontri sono andati avanti fino al tardo pomeriggio. Resta sorprendente come l'enorme spiegamento di forze non sia stato in grado di bloccarli. E poi: come hanno potuto entrare, indisturbati a Genova, carichi di molotov, spranghe e tutto il resto? La sospensione del trattato di Schengen a cosa è servita? Arrivati alla fine della manifestazione, il problema è stato tornare indietro: chi allo stadio Garlini, chi in stazione, chi in albergo. Dai microfoni, il consiglio di non sparpagliarsi in piccoli gruppi, di non restare isolati. Il rischio era quello di rimanere coinvolti negli scontri.

C'è chi ha fatto il giro intero di Genova pur di giungere indenne a destinazione. Qualcuno, vedendo Genova dall'alto, con le colonne di fumo che si levavano da più punti, ha ripensato a Sarajevo, alla Bosnia. "Genova libera", gridavano i manifestanti. Proprio come per una città assediata. Dalla quale, almeno per un po', fuggiamo. Niente più polizia, niente più lacrimogeni, niente più Black Bloc. Direzione Torino. Direzione U2. Perché il rock salva la vita, potrebbe dire Bono. Torino, 21 luglio 2001 Via da Genova, almeno per qualche ora. Fuori di qui, aggirando la città. Salendo per stradine quasi di montagna, ché, laggiù, per le vie del centro, ancora si combatte l'assurda battaglia fra Black Bloc e polizia. Poco più avanti c'è anche la macchina di Jovanotti. Va anche lui al concerto degli U2 a Torino. Lui - a Genova insieme a Bono e Bob Geldof - avrebbe dovuto chiudere la manifestazione del pomeriggio. Gli è stato sconsigliato per motivi di sicurezza. Arrivare alla macchina non è stato facile, attraversando la città a piedi. Incrociando devastazioni, poliziotti sfiancati dalla fatica che si rifocillavano e facce spaurite che chiedevano quale fosse il percorso meno pericoloso per andare verso questa o quella parte. Un sentimento contrastante ci portava verso il concerto. 

Da una parte il desiderio di staccare la spina, di immergersi dentro a un rock defatigante e disintossicante. Dall'altra la domanda se non fosse giusto, invece, starsene lì. Dubbio che scompare quando partono le prime note di "Elevation" e noi siamo ancora fuori dai cancelli. Dentro, pare di essere alla manifestazione di oggi, con migliaia di persone che non devono però temere nulla se non di essere inondate di note, e di ballate che hanno segnato gli ultimi vent'anni. L'impalcatura scenica questa volta è sobria. Solo quattro telecamere poste su un pilone sono puntate su ciascuno di loro, che vediamo cantare e suonare ingigantiti dentro a quattro monitor sistemati su in alto. Puoi scegliere di guardare la voce di Bono, la chitarra di The Edge, il basso di Adam Clayton, la batteria di Larry Mullen Jr. Davanti al palco, a semicerchio, una passerella dove Bono farà delle incursioni per farsi idealmente abbracciare dal pubblico. Quando partono gli accordi di Sunday Bloody Sunday, Bono urla: "Violence is never right in the streets of Genoa". E nemmeno in quelle dell'Irlanda del Nord, aggiunge. Il pubblico risponde con un boato e poi canta per intero la canzone insieme a lui. Ai concerti chiunque può cantare a squarciagola, senza paura di stonare, tanto non ti sente nessuno. E io canto, urlo, pensando alle giornate di Genova. Giornate di terrore, soprusi, violenze. Ne troveremo altri, fuori dal concerto, venuti da Genova, dalla manifestazione del pomeriggio. Devono avere urlato anche loro le canzoni degli U2. A un certo punto Bono parla del debito internazionale dei paesi poveri. E ringrazia Lorenzo Jovanotti. Poi parte Pride, e siamo già ai bis. Lo stadio è un coro unico e nessuno riesce a stare fermo. Alla fine, i quattro irlandesi, noti per proporre scalette rigidissime, ci fanno un regalo speciale. Un brano che non suonavano da anni. Il loro primo 45 giri, era il 1981, "Out of control". Un finale entusiasmante. Fuori, il tempo per la fatidica maglietta del Tour e subito, dal cellulare, le voci da Genova che ci raccontano l'incursione della polizia nella sede del Genoa Social Forum. 

Via di corsa. Indietro. Verso un luogo dove nemmeno il rock, in questi giorni, ha potuto fare nulla. Genova, 22 luglio 2001 Di solito, quando si scatta la foto di gruppo, quella di fine anno scolastico, poi si parte per le vacanze. Dopo la foto degli otto G, c'è solo da fare bilanci. E chiunque sia stato a Genova, chiunque fosse lì, nelle strade soffiate dai gas urticanti della polizia e solcate dalle molotov e dalle pietre dei Black Bloc, sa bene cosa è successo a Genova. Certo, c'era la televisione. Mai come in questi giorni è stato possibile davvero "vedere" tutto. C'erano migliaia di telecamerine e di macchine fotografiche in giro per Genova. E proprio grazie a quelle immagini, grazie al coraggio di chi è rimasto lì a documentare, sarà possibile fare chiarezza sugli episodi capitali di queste giornate. Sono di ieri sera le immagini dell'uccisione di Carlo Giuliani. Non più soltanto la sequenza fotografica, ma quella video. E ancora di ieri sera le immagini del regista cinematografico Davide Ferrario di quelle tute nere che prendono ordini da uno che sembra proprio essere un poliziotto. Immagini che fanno da contraltare a quelle del camion di mazze e spranghe distribuite ai famigerati Black Bloc. 

Una overdose mediatica nella quale ora sarà necessario fare ordine per cercare di capire come siano andate veramente le cose. E dopo la foto di gruppo la città tenta lentamente di riappropiarsi di se stessa. Domenica mattina i genovesi hanno provato a rimettere il naso fuori di casa, sebbene ancora separati dalla zona rossa, che resterà rossa ancora per un po' di ore. Quelli della zona che si è tinta di un'altra tonalità di rosso sembrano avercela un po' con quelli che stavano al di là delle barriere metalliche. Ne hanno invidiato la tranquillità e l'incolumità. Eppure tanti genovesi hanno dato prova di generosità commovente. Durante la manifestazione di ieri, sotto un caldo torrido, molti hanno calato dalle finestre bottiglie di acqua, frutta, e gli immancabili limoni per difendersi dai lacrimogeni. E molti genovesi hanno letteralmente salvato manifestanti che si erano trovati isolati in mezzo agli scontri. Li hanno fatti salire in casa e tenuti lì finché le cose non si sono calmate. Così, domenica mattina, cicloamatori, famigliole, pensionati passeggiano in mezzo a carcasse di auto, bossoli di lacrimogeni, vetrine in frantumi, macchie di sangue.

Osservano sconcertati cosa è successo negli ultimi due giorni. I netturbini sono già al lavoro, e quello più agghiacciante da fare sarà dentro e fuori dalla scuola elementare Diaz. La sede del Genoa Social Forum. Uno scempio disgustoso che ormai tutti considerano degno di una dittatura sudamericana. Finisce il G8 e speriamo tacciano le penne da salotto, abituate a dire la loro spaparanzate sopra al divano, magari coi piedi stesi sopra al tavolino. Hanno la soluzione per tutto, loro. Ma quello che si è visto a Genova è per mille aspetti inedito e inaudito. 

Giorni che nei ricordi di tutti avranno il sapore acre dei gas urticanti. Il volto indecentemente coperto dei Black Bloc. Pensi a tutto quello che è successo, tutto quello che hai visto e il contrasto con la foto di gruppo degli otto ti inquieta. Pensi a cosa succede quando i gas ti invadono gli occhi, il respiro e non capisci più niente. Pensi solo a scappare ed è la cosa più sbagliata. Scappi e nemmeno ti accorgi di quella donna che accanto a te mormorava "aiuto non ci vedo più, non ci vedo più". Quelle parole, quella richiesta di aiuto ti sorprende molto tempo dopo e ti senti uno schifo.

Giri fra i corridoi e le aule della scuola elementare Diaz, ti muovi fra ciuffi di capelli strappati e sangue coagulato per terra, guardi le vetrine devastate, le macchine incendiate, i poliziotti stravolti e sconvolti dalla fatica con facce da ragazzini arroganti e impauriti al contempo, prendi atto di tutto questo e ti domandi che mondo sia mai questo. 

Che paese è mai questo che permette che tutto ciò avvenga. Abbandoni Genova con un senso di liberazione. Un sentimento simile - fatte le debite proporzioni - a chi se ne andava dalle città assediate della ex Jugoslavia. Il desiderio è quello di andare via il più in fretta possibile, per evitare il disgusto. Poi, però, appena fuori Genova, la voglia di ritornarci presto, per cancellare il ricordo di una città che nell'immaginario di molti rischia di restare per sempre, quella di "quel" famigerato G8

Roberto Ferrucci

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