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redarrowleft.GIF (53 byte) Letture Giugno 2000


Storie (vere) di ordinaria follia

Porte chiuse, mura insormontabili, l'isolamento dal mondo. E l'abbandono anche psicologico dei malati. A cui, a volte, basterebbe un sorriso e qualcuno che li ascolta. Come ha fatto un'ex infermiera di manicomio. Che racconta in un libro la sua esperienza

Anna Maria Meggiolaro, Terzo reparto donne, L’Autore Libri Firenze, pp.239, L.28.000

Non ha eccessive ambizioni letterarie, né saggistiche il libro di Anna Maria Meggiolaro e la collaborazione di Silvana Marchiori. E’ semmai una testimonianza accorata intorno all’universo concentrazionario manicomiale da parte di una osservatrice privilegiata, che, finito il proprio lavoro, poteva almeno evadere per qualche ora di riposo da quella sorta di prigione dove erano segregati i folli e coloro i quali li vigilavano. E’ in uno scenario da carcere che si apre, infatti, “Terzo reparto donne”: lungo resoconto autobiografico scritto da un’ex infermiera, cioè da chi – ben più dei medici – era a stretto contatto quotidiano con l’alienazione più devastante: quella mentale.

“Al reparto neurologico si accedeva attraverso una solida porta chiusa da una doppia mandata”, ricorda l’autrice, sottolineando il regime di isolamento assoluto che caratterizzava i vecchi ospedali psichiatrici. “Le chiavi”, continua il testo, “costituivano una presenza costante e a mio avviso inquietante in quel reparto; chiuse erano le porte, chiuso l’ingresso, chiuso il corridoio spazioso, chiuso l’ufficio medico”. Non a caso torna con una reiterazione incisiva il termine chiuso, a indicare lo scopo principale dell’antico manicomio: essere in primo luogo un reclusorio in cui isolare dal mondo dei sani di mente i cosiddetti matti.

Ed è davvero uno scenario “da incubo” quello che si presenta agli occhi della giovane infermierina  che il lontano sette febbraio 1967 varca per la prima volta la soglia dell’ospedale psichiatricio di Vicenza: cittadella della follia, recintata da alte mura e serrata da un cancello di ferro a protezione dal mondo e del mondo. Visi di donne che avevano chissà da quanto smarrito non solo la ragione ma anche la loro umanità, assumendo ora i tratti bestiali dell'ira, ora l’apatia catatonica di chi ha perso tutto e non s’aspetta più nulla. Queste le “croniche”: degenti bollate a priori con una parola orribile, che già di per sé rimanda ad un’idea di ineluttabile inguaribilità. Poveri esseri costretti in una spenta divisa carceraria a consumare giorni vuoti in attesa del nulla e curate, oltre che con dosi massicce di psicofarmaci, con lettini di contenzione, camicie di forza ed elettroshock.

Eppure giorno dopo giorno, umilmente – come una specie di angelo in gonnella dai capelli rossi – la giovane infermiera, sapendo restare accanto con un’istintiva empatia compassionevole alle malate, riesce talvolta nel piccolo miracolo di far sbocciare in quei visi spenti un sorriso; ottiene che le loro farneticazioni monologanti si tramutino – sia pure per il breve istante di una richiesta d’aiuto – in dialogo; fa sì che le pazze tornino persone. E questo, rifiutandosi caparbiamente di considerarle croniche, appunto. Anche soltanto limitandosi a regalare a tutte il dono dell’ascolto, d’una vicinanza conquistata con una carezza, uno sguardo o una parola gentili.

Poi verrà il tempo di Basaglia, la chiusura dei manicomi e, da parte della ex ragazza dai capelli rossi, l’opportunità di andare ad operare presso un’altra struttura. Ma il ricordo di quegli anni insieme bui e luminosi non verrà mai meno e nascerà in Anna Maria Meggiolaro l’urgenza di testimoniare la sua esperienza nella cittadella della pazzia. Questo il significato di “Terzo reparto donne”: una confessione autenticamente fresca. Una scrittura senza orpelli ma lineare e sincera; nella consapevolezza amara che – per buona parte delle croniche –, smantellato il protettivo reclusorio, è rimasta intatta “forse solo la condizione, ben più atroce della loro segregazione mentale”.

Francesco Roat

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