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redarrowleft.GIF (53 byte) Cinema marzo 2000


Verdone: il cinema? E’ un investimento

Al botteghino il suo "C’era un cinese in coma" non sta andando come sperava. Ma il regista romano non si preoccupa. Perché, dice, girare una storia come quella è come aprire un conto in banca che darà i suoi frutti più avanti nel tempo

Superato finalmente il ritorno di fiamma ‘coatta’ del Gallo Cedrone, il cinema di Carlo Verdone ha un sussulto di dignità puntando in direzione di una commedia dei sentimenti più raffinata e di qualità. C’era un cinese in coma, infatti, non è l’ennesima galleria di discutibili e volgari macchiette, quanto piuttosto una riflessione all’acqua di rose su vizi e miserie del mondo dello spettacolo. Un’occasione d’oro sfruttata in pieno da Verdone per mettere in mostra quella sua profonda umanità, in grado di avvicinarlo sensibilmente ai grandi del passato come Sordi e Manfredi. C’era un cinese in coma racconta la storia del titolare di un’agenzia che colloca attrazioni e artisti alle fiere paesane o alle conventions di piccole ditte, alle prese con l’imprevedibile successo del suo ex autista nei panni di un comico d’avanguardia. Per seguire più da vicino il suo Niki l’uomo trascura la famiglia e gli altri impegni di lavoro. Esponendosi così con tanta dedizione ad una fragilità professionale ed emotiva che il giovane non ripaga come dovrebbe. Anzi… Un film interessante e a tratti divertente in cui si intravede il retaggio del un grande cinema italiano, nonostante siano ancora presenti tante ingenuità registiche e sebbene il comico non si sia ancora sbarazzato della triste idea di dovere ‘acchiappare’ comunque il pubblico con belle donne "scosciate" e poco vestite. I sussulti di orgoglio di Verdone e il senso di una profonda emotività del personaggio resi anche grazie anche al grande talento come spalla di Beppe Fiorello, l’ex Fiorellino del Karaoke televisivo accostano C’era un cinese in coma all’eredità spirituale di film come Una vita difficile e Anni facili in cui è una schietta onestà a diventare il valore dominante. Nonostante il trascorrere del tempo tentativi come questo, fanno ben sperare in un cinema del futuro, capace di uscire dal solco del pieraccionismo e del disimpegno totale, per raccontare storie più solide e che oltre ridere, obblighino il pubblico anche a pensare almeno un po’…

Verdone, il suo ultimo film non sta andando come si aspettava al botteghino. Ma non la preoccupava realizzare una pellicola che fosse ‘più storia’ rispetto alla gallerie delle macchiette delle ultime fortunate produzioni come Gallo cedrone e Viaggi di nozze?

Ma un film è decisamente qualcosa in più di quattro risate… il pubblico si deve abituare. Del resto girare una pellicola come C’era un cinese in coma è come aprire un conto in banca. E’ qualcosa che ti ritrovi per sempre e il tempo darà il giusto valore a questo film. D’altro canto io vado avanti con gli anni e sento l’esigenza di confrontarmi con storie nuove, diverse, senza mai tradire la mia comicità toccando però qualche piccolo tema etico in maniera semplice, ma significativa.

Come ha scelto Beppe Fiorello?

Dopo avere visto L’ultimo capodanno di Marco Risi sono rimasto colpito dalla recitazione di questo ragazzo. Così ho deciso di coinvolgerlo in questo progetto. Del resto in ogni mio film cerco di immettere un volto nuovo più o meno conosciuto per aiutare chi sta iniziando questa carriera.

C’è qualche analogia con Broadway Danny Rose di Woody Allen?

No e se c’è è del tutto casuale. Erano anni che volevo raccontare una storia del genere e non riuscivo a trovare la chiave giusta. Soprattutto il mio personaggio non è triste come quello di Woody Allen.

Quando farà solo la regia di un suo film senza interpretarlo?

Non è ancora arrivato quel momento, ma so bene che un giorno accadrà.

Rimane dunque il suo sogno?

Per il momento sì.

Marco Spagnoli

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